Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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La parola Hygge deriva dalla parola germanica hyggia, che significa “pensare o sentirsi soddisfatti”. E’ un valore, uno stato emotivo e mentale.
I danesi riconoscono lo hygge come parte della loro cultura, identificandolo sia come un’azione che come uno stato dell’essere. Lo scopo ultimo è creare un clima intimo, sereno e accogliente in cui stare bene con gli altri, la famiglia, gli amici. Si tratta di un lavoro di squadra, tutti hanno un ruolo, ci si aiuta reciprocamente. I problemi personali vengono accantonati, ognuno si sforza di essere positivo, di tenere lontano i dissapori, ciò che è importante è vivere questo momento presente insieme agli altri.
Sentirsi uniti dà un senso e uno scopo alla nostra vita: una persona da sola, che non interagisce con gli altri non ha il giusto sostegno e non può viversi nella sua pienezza.
Mettere da parte se stessi a beneficio del gruppo significa sacrificare i bisogni e i desideri personali per rendere armonioso e piacevole vivere i momenti con gli altri. In cambio avremo il sostegno sociale utile a gestire lo stress: sapere di avere persone con cui poter parlare o a cui potersi rivolgere in caso di difficoltà, rende le persone, più resilienti, più pronte ad affrontare i problemi della vita e a non crollare sotto di essi. Molti, al contrario, tendono a tenersi tutto dentro, portando un carico faticoso su di sé, stoicamente affrontano tutto in solitudine, ma ricerche scientifiche dimostrano che coloro che cercano di essere forti davanti agli eventi negativi soffriranno più a lungo rispetto a chi ha condiviso le sue emozioni e si è mostrato fragile con gli altri.
Lasciare l’ “io” per concentrarsi sul “noi” è scegliere di godere dei momenti importanti e significativi della vita, quelli con gli altri, amici e famiglia, lasciando il resto alle spalle.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

                                                                          “Le cose migliori e più belle di questo mondo non possono essere viste e nemmeno toccate. Devono essere sentite col cuore.”  H.K.

E’ sorprendente come a tante persone il significato della parola “Empatia” risulti sconosciuto; forse è qualcosa di simile alla simpatia? All’apatia? O all’omeopatia? Questo porta a riflettere sul fatto che se poche persone ne conoscono il significato, vuol dire che poche persone la vivono nella loro quotidianità.L’empatia è la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni e i sentimenti altrui. Non solo è dispiacersi per l’altro, se questo mostra di essere triste, ma comprenderlo. In parole semplici è mettersi nei panni dell’altro, il che è molto più facile a dirsi che a farsi.
Difficile perché viviamo in una cultura in cui l’attenzione per il proprio Ego prevale sull’ importanza del preoccuparsi degli altri: spesso si manifesta il giudizio: risulta più facile criticare l’altro. In questo modo tutte le nostre scelte diventano “migliori” e ovviamente ci sentiamo più bravi, più capaci e questo apparentemente ci fa stare bene; in realtà ci sentiremmo molto meglio se avessimo intorno a noi persone che ci sostengono, a cui mostrare le nostre fragilità e la nostra empatia reciproca.
Matthew Lieberman, studioso di neuroscienze sociali e cognitive dice che in noi è innato un “cervello sociale”, un’area del cervello che si attiva quando siamo coinvolti in interazioni sociali, questa rete neuronale ci porta a pensare alla mente delle altre persone, ai loro pensieri, alle loro emozioni, promuovendo così l’empatia e la cooperazione. Di conseguenza sembra che l’uomo libero di scegliere prediliga la cooperazione, ricevendo piacere dal benessere altrui più che dal proprio; questo potrebbe essere il segreto della felicità, da tempo dimenticato…
L’empatia è innata in tutti gli animali fin da piccoli; da un punto di vista evolutivo, è un istinto prezioso che ci ha aiutato nella sopravvivenza, rimasto poi per molti sopito, ma facilmente possiamo riappropriarcene.
L’empatia si sviluppa nell’ infanzia grazie al rapporto madre-bambino: il bambino impara a sintonizzarsi sulle emozioni della madre, e poi col tempo su quelle di altre persone. I genitori hanno una grande responsabilità: sono il principale esempio di empatia e devono esercitarsi loro stessi nell’ essere empatici. Imparando a capire gli altri invece di criticarli: c’è differenza tra il giudizio e il cercare un motivo per difendere l’altro mettendosi nei suoi panni. E’ importante aiutare i propri figli a capire le emozioni degli altri e nel contempo a comprendere le proprie; e poi cercate di ascoltare di più e non abbiate paura di mostrarvi vulnerabili, è, anzi, il primo passo per mettersi in contatto con l’altro.
Infine, ci sono studi che dimostrano che leggere ai bambini aumenta il livello di empatia, non solo libri divertenti, ma libri che tocchino la vasta gamma di emozioni, incluse quelle spiacevoli e negative: affrontare la realtà in modo che i bambini la possano gestire risulta comunque autentico e utile per migliorare la loro capacità empatica.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

In studio arrivano persone diverse, per motivi diversi: relazioni sentimentali disfunzionali, problematiche legate alla  famiglia, ai genitori, ai figli, incapacità di gestire le proprie emozioni, ansia eccessiva e altro. Una cosa che, però, accomuna quasi tutti, e scopriamo insieme, nel corso del percorso, a volte anche con incredulità e stupore, è la mancanza di autostima, il non sentirsi all’altezza di essere amati dagli altri, il ritenere qualsiasi cosa si faccia normale e spesso dovuta.
Da dove deriva questa incapacità di darsi il giusto credito? E’ questa la domanda che spesso si chiede la persona dopo aver preso consapevolezza di questa mancanza.
Molto spesso il “sentirsi non amabili”, “non all’altezza se siamo come siamo” è un costrutto che interiorizziamo molto presto nel corso della nostra vita. Le figure a noi vicine fin da piccoli ci educano a quello che sia bene o male fare secondo il loro punto di vista, non considerando le emozioni e i bisogni sottostanti.
Per fare un esempio, l’arrivo di un fratello dovrebbe essere vissuto come un lieto evento nella famiglia, secondo un genitore dovrebbe essere il dare un compagno al proprio figlio, ed è così, ma si dimentica tutta quella sfera emozionale più confusa che attraversa un bambino che attende e poi vive l’arrivo di un fratello. C’è gelosia, paura, a volte anche rabbia; emozioni forti, ma che coesistono e che il genitore spesso non vuol vedere; ecco che se un bambino, toglie il ciuccio o dà uno sbuffo all’ultimo arrivato, l’adulto è pronto a giudicare il gesto come pericoloso e a sgridare il figlio. Manca totalmente la comprensione delle emozioni vissute e la loro esternazione. Ben diverso è dire: “Capisco che sei arrabbiato perché è arrivato qualcuno a condividere i tuoi spazi, i tuoi giochi, mamma e papà, ma se fai così lui sente male”, piuttosto che: “Gli fai male, non farlo più!”. Questo non accade, un messaggio, come il secondo, privo di empatia e comprensione implicitamente comunica al bambino che non può essere quello che è, che non può vivere quelle emozioni, perché altrimenti non verrà amato dai suoi genitori.
Questo è solo un esempio, il cui meccanismo si reitera nella vita di molte persone: genitori, insegnanti, compagni, figure importanti che ci dicono come secondo loro dovremmo agire, senza provare a mettersi nei nostri panni. E’ inevitabile pensare che fare come dicono loro ci porta ad apparire in modo favorevole ai loro occhi, ci amano, ci stimano; e forse, noi non siamo, poi, in grado di decidere da soli, o sicuramente sceglieremmo il peggio. Questo modo di vivere ci porta a non fidarci più di noi stessi, a non sentirci in grado di scegliere, a sottovalutarci, a dimenticarci di esistere.
Durante il percorso psicologico la gente scopre presto di non volersi bene, di pensare più a far stare bene gli altri che se stessi, a vedere i dolori degli altri più gravi e profondi dei propri.
Da una seduta alla successiva inizia un percorso di ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni, una presa di consapevolezza di ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male; torniamo ad essere il centro della nostra vita, la nostra bussola, capiamo che non occorre essere come gli altri ci vogliono per essere amati.
Molti, soprattutto le donne, raccontano di iniziare a farsi le proprie ragioni, di iniziare a confrontarsi con gli altri, prendendo posizione in modo autonomo perché sentono di valere anche loro, legittimando le proprie scelte. Si sperimentano in questo e vedono buoni risultati: paradossalmente la comunicazione con le altre persone diventa più autentica, non si tiene nascosto quello che siamo e sentiamo, spesso l’altro comprende ed accetta la nostra idea. L’autostima inizia a nutrirsi di questi successi, ce ne appropriamo. Imparando ad ascoltare noi stessi ci vogliamo più bene e di riflesso anche gli altri ci amano, se riescono a comprendere.
Un aiuto psicologico può aiutare persone adulte a ri-volersi bene e a ri-fidarsi di se stesse, ma si può lavorare anche sull’autostima dei più piccoli, di modo che si possa prevenire questo stato di alienazione da noi stessi. Come? Se i messaggi delle persone importanti nella vita di un bambino sono così vincolanti nel creare questo malessere, come si diceva poco sopra, sono proprio queste figure a dover cambiare il loro modo di porsi. Devono imparare a comprendere ciò che vive il bambino nella quotidianità; non esiste solo la felicità, ma anche la tristezza, la rabbia, e altre mille sfumature. Possono imparare a esplicitare tutto questo, senza negarlo, creando una vicinanza,
un’empatia che legittimi il piccolo a provare tutto ciò, a viverlo senza sentirsi “cattivo, e non amabile”; il messaggio implicito che deve passare è: “Vai bene come sei”, “Vanno bene le scelte che fai perché senti che sono giuste per te, ed io le accetto”. Un bambino che cresce in un ambiente così rassicurante, sicuro, incoraggiante, coltiverà le sue emozioni, le sue idee, le sue decisioni. Avrà stima di sé, si sentirà amato e si amerà lui per primo.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

Ritrovarsi genitori di un ragazzo adolescente è una cosa improvvisa, a cui si arriva spesso impreparati perché ogni figlio è diverso dagli altri, perché siamo portati a dimenticarci della nostra adolescenza, perché non ha mezze misure, è talmente impetuoso, imprevedibile che diventa difficile avere consapevolezza, non solo del mondo emotivo del proprio figlio, ma anche del nostro di genitori.
Dal dolce bambino cresciuto, di cui conoscevamo ogni pregio, difetto, desiderio, ci troviamo di fronte uno sconosciuto, che, in balia delle sue emozioni, ci mette alla prova rispetto ai nostri equilibri, ai nostri punti fermi, al nostro bisogno di avere la situazione sotto controllo. Così facendo ci mette di fronte alle nostre paure e ai nostri limiti, ci obbliga, se vogliamo sopravvivere, a metterci in discussione sia come genitori che come persone, a entrare nel vortice con lui e rivivere questo momento della vita, non più da protagonisti, ma col ruolo di facilitatori, ruolo spesso stretto, faticoso e difficile da interpretare.
Facendo un passo indietro, è importante comprendere perché tutta questa conflittualità.
Durante l’adolescenza ogni ragazzo si trova a doversi definire, sia nel suo aspetto esteriore, ben noto a tutti, sia nelle sue peculiarità caratteriali e nella identità: deve capire chi è, cosa gli piace, cosa non gli piace, cosa vuole, cosa non vuole; e per fare questo ha bisogno di esplorare, sperimentare e sperimentarsi non solo in quelle situazioni conosciute durante tutta l’infanzia, ma oltre, arrivando anche a situazioni al limite, di pericolo, spesso per lui inconsapevole, di sfida e conflitto verso quelle figure adulte vicine, possibili modelli, ma anche possibili antagonisti. Questa dualità che coesiste nella sua ambivalenza porta con sé confusione e smarrimento; le emozioni dell’adolescente sono un sali e scendi, non esistono sfumature, o è nero o è bianco. Nel corso di una giornata, ma anche di un’ora, possono passare dalla felicità alla tristezza, alla rabbia, per poi assestarsi in una momentanea rassegnazione.
La metafora più calzante è una barca in balia delle onde, durante una tempesta, il ruolo del genitore quello del faro ancorato allo scoglio all’inizio del porto. Un ruolo, come si diceva prima, spesso difficile da assumere, perché la rabbia che suscitano questi comportamenti  è molta e può portarci spesso in balia delle stesse onde, piuttosto che ad illuminare la strada verso il porto.
Quindi, la rabbia non è solo quella dei figli adolescenti, ma è anche quella dei genitori, che hanno nostalgia del loro bambino, che si sentono riversare addosso ingratitudine, si sentono sfidati quotidianamente, presi in giro, odiati.
La rabbia, la delusione ci sono perché prima di essere genitori siamo esseri umani, è giusto che ognuno se le riconosca queste emozioni, ne prenda consapevolezza e legittimi il fatto che: “ci sono momenti in cui si può provare tutto questo anche per la cosa più cara che abbiamo al mondo: i nostri figli”.
Da questa presa di coscienza si può iniziare a comprendere il fatto che, in questo momento della vita, siamo comunque indispensabili per i nostri figli; loro hanno bisogno di noi, non gettati nella confusione e nella tempesta insieme a loro, ma sulla terra ferma, come punto di riferimento. Dobbiamo imparare a tollerare, a restare nel conflitto, ad esserci sempre, ad insegnare loro che anche le loro emozioni, come le nostre, hanno il diritto di essere e che questo non distruggerà la nostra relazione; saranno liberi di essere qualcuno diverso da noi, e non per questo sbagliati.
Sarà importante, come genitori, comprendere l’importanza anche dei “No”, di mettere limiti ai comportamenti, soprattutto se ritenuti non tollerabili, pericolosi per la loro vita; perché un figlio adolescente ha bisogno anche di questo: di chiarezza, di confini definiti e invalicabili.
Ci sono, invece, situazioni in cui può sperimentarsi, cercarsi e trovarsi avendoci accanto ad osservarlo, facendo un passo indietro anche quando la voglia sarebbe di sostituirsi a lui nelle decisioni, nelle responsabilità, per non farlo soffrire, perché forse da solo potrebbe non riuscire. Dobbiamo dargli  fiducia che può farcela sia con le parole, ma soprattutto con i fatti e anche quando sbaglierà, pagandone le conseguenze, saremo sempre lì a sostenerlo. Non rinunciamo a questa relazione, mai: è questo che ci chiede un figlio adolescente.

 

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

“Ci vuole la tristezza per capire la felicità, il rumore per apprezzare il silenzio, e l’assenza per capire il valore della presenza di qualcuno.”

Molte sono le persone che arrivano nello studio dello psicologo domandando aiuto per eliminare dolore e tristezza dalla propria vita, ritrovare serenità ed equilibrio.
Risulta impossibile per qualsiasi professionista, dal luminare all’esperto nelle tecniche psicologiche più in voga del momento, accogliere tale richiesta. L’erronea illusione sta nell’ “eliminare” dolore e tristezza e continuare a vivere la nostra vita, in altre parole il momento in cui non proveremo più dolore e tristezza coinciderà con la nostra morte. A molti potrà sembrare un’affermazione forte, ma è così: ci affanniamo ad essere felici e a rincorrere un equilibrio, cercando di accantonare i momenti tristi e dolorosi che incontriamo nella nostra esistenza, senza renderci conto che anche questa è vita e come tale va vissuta fino in fondo.
Ecco che un buon professionista dovrà aiutare il suo cliente a prendere consapevolezza di questo e a riformulare la domanda: non eliminare, ma imparare a stare nel dolore e nella tristezza. Che costi fatica, non può essere messo in dubbio, ma a conti fatti le energie spese per imparare a conviverci saranno di meno di quelle usate per eliminarle.
La tristezza, è un’emozione primaria come la felicità, per quanto possiamo definirla negativa, come tale ha in sé caratteristiche utili all’adattamento e alla sopravvivenza dell’essere umano.  Aiuta l’individuo a metabolizzare una perdita, ci rende immobili mentre prendiamo consapevolezza dei vuoti rimasti, ci aiuta a comunicare agli altri il nostro malessere.
Spesso le parole tristezza e debolezza si accompagnano; nella società odierna vige il pregiudizio che mostrarsi tristi è indice di fragilità, vulnerabilità; ecco la voglia di sfuggirla, evitarla, mettersi la maschera di un falso sorriso.
E’ nostro diritto provarla, viverla e accoglierla senza per questo sentirci deboli. Quando finalmente questo verrà compreso, quando capiremo che le cose non possono essere sempre a nostro favore, è normale, fa parte della vita ed è giusto che sia così, perché se tutto fosse come vogliamo, non daremmo mai valore a quei momenti nei quali la vita ci offre positività; potremo dire a noi stessi che è una situazione che non ci piace, ma ci possiamo vivere e dandoci il giusto tempo, passerà. Solo allora paradossalmente raggiungeremo quel equilibrio tanto agognato e saremo pronti per la felicità.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

 

rosso dalla rabbia

La rabbia fa parte delle sei emozioni primarie insieme a gioia, tristezza, paura, sorpresa e disgusto.
All’interno della nostra società spesso le emozioni vengono classificate tra positive e quindi da perseguire, come la gioia, e negative, da evitare e negare.
La rabbia fa parte di quest’ ultime. Nei ricordi di bambino di molti spesso ricorre il ricordo di essere stati ripresi più volte da figure di riferimento come i genitori, parenti, insegnanti, per aver mostrato rabbia: un litigio col fratello, un giocattolo che si voleva e non è stato acquistato, una regola imposta da mamma e papà senza diritto di replica, e altri mille sarebbero le situazioni in cui esplicitamente, e non, ci è stato comunicato che provare rabbia non è accettabile per un “bravo bambino”. Conseguenza di ciò, per poter essere amati e non deludere quelli che si amano, è l’evitamento fin da piccoli di esternare la rabbia arrivando a negare di provarla. Realtà impossibile, perchè seppur si possa pensare di poterla reprimere, non sarebbe umano non provarla. Come tutte le altre emozioni sopra elencate, ogni essere umano prova rabbia nel corso della sua vita, da questo dobbiamo partire.

La rabbia, non può essere riconosciuta come negativa, come la gioia o la sorpresa non possono essere ritenute positive: tutte ci servono nel corso della nostra vita.
Le emozioni, se ascoltate, sono dei “campanelli d’allarme” utili alla sopravvivenza. Nello specifico la rabbia è una modalità adattativa che ci permette di comprendere che stiamo vivendo una frustrazione che ci provoca un malessere; il nostro organismo si attiva per comunicarcelo attraverso chiari segnali: sudorazione, tachicardia, aumento della respirazione, la muscolatura è più tesa, ci sentiamo più agitati, tesi.
Ora tocca a noi riconoscerli e cercare di riflettere su quale sia la miglior risposta per ritrovare il nostro benessere, che al tempo dei nostri avi preistorici poteva significare anche la vita o la morte, ai nostri giorni può significare riuscire a manifestare ad un collega, ad un datore di lavoro, ad un coniuge, ma anche ad una persona incontrata per caso il nostro fastidio in modo efficace e funzionale, senza esplodere come un vulcano e diventare aggressivi sia verbalmente sia, nei peggiori dei casi, fisicamente.

E’ proprio così: la rabbia repressa sta sotto pelle, prima o poi scoppierà come la lava di un vulcano, uscirà senza controllo.
Questo rischia di nuocere a noi stessi e paradossalmente ad allontanarci dalle persone che ci circondano e sono importanti per noi.
Su di noi l’effetto può essere il rimuginare, il logoramento che può portare con sé ansia, irritabilità, aggressività, problemi psicosomatici, e nei casi più importanti problemi psichiatrici.
Nelle relazioni sociali, la rabbia non saputa gestire porta a discussioni accese in cui si perde il punto di vista dell’altro, viene a mancare la capacità empatica di mettersi nei panni dell’altro, unico scopo è prevaricare e “vincere”; una reazione così fuori controllo può solo condurre alla rottura di una relazione e ad allontanare le persone da noi.
Noi siamo esseri sociali, ci scontriamo con l’altro, ma viviamo anche di relazione, la nostra identità si fonda su come ci vede l’altro, esistiamo perché c’è l’altro, imparare a gestire la rabbia ci può salvare dalla solitudine.

Primo passo è abbandonare il tabù “provare rabbia ci rende non amabili”, impariamo a dare voce alla nostra rabbia, diamole diritto di esistere: ascoltiamo il nostro corpo che ce lo comunica, cerchiamo di prendere consapevolezza di quale sia il nostro bisogno che sentiamo in quel momento negato, del perché accada ciò, cerchiamo di incanalare questa energia per riflettere su questo, prendiamo tempo.

Il detto dice: “conta fino a dieci”… in realtà una verità in questo c’è: il tempo per la riflessione aiuta a diminuire l’intensità della rabbia, a trovare in noi la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace la nostra opinione senza offendere e aggredire l’altra persona, ad essere persone assertive che però si arrabbiano.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Qualche mese fa è giunta nel mio studio una signora sulla sessantina, di bella presenza, un po’ trascurata, dal suo viso traspariva una profonda stanchezza. Una volta accomodata sulla poltrona, mi racconta:
Dottoressa, in realtà non so bene il motivo per cui sono qui! Nel senso che lei è proprio la mia “ultima spiaggia”.
Da quasi dieci anni avverto forti dolori addominali durante la notte, come se mi tirassero le viscere, a volte con una camomilla e un antispasmo riesco a calmarli, altre volte no. Sono andata dal mio medico, dallo specialista, da due luminari della gastroenterologia; ho fatto tutti gli esami che mi sono stati prescritti, mi è stato diagnosticato un colon irritabile, ma non riconducibile a dolori così forti. Quindi, sono passata alla nutrizionista, ho seguito ogni tipo di dieta, all’inizio sembrava meglio, ma poi sono tornati. Mi sono rivolta anche al naturapata e ho fatto l’agopuntura, ma non ho avuto nessun risultato.
Il mio medico curante,visto l’esito degli esami, mi ha detto che la causa andava ricercata altrove, mi ha consigliato di vedere uno psicologo ed eventualmente uno psichiatra.
Guardi dottoressa, le confesso che mi sono arrabbiata moltissimo, gli ho detto che non mi credeva allora, che ero per lui una malata immaginaria, forse una pazza! Sono andata via sbattendo la porta.
Mi scusi dottoressa, io sarò anche ignorante, ma che centra avere dolori alla pancia con la mia testa! Mica me li invento questi dolori!
Non ne posso più: dormo poco, non ho più voglia di fare niente: uscire con le amiche, vedere le mie figlie, i miei nipoti.
Mio marito, dice che forse il dottore ha ragione, quindi anche per lui sono una bugiarda! Mi ha proposto una vacanza, ma come faccio a godermela?!
…ho notato che prendendo qualche gocciolina di ansiolitici, appena avverto i dolori, sto meglio, non tanto, ma un po’… alla fine mi sono decisa, ho cercato una psicologa ed ecco che oggi sono qui da lei. Ma non è che ci credo molto che con lei troverò una soluzione, no, non ci credo!“.

La signora L., così la chiamerò per questione di privacy, è una delle tante persone che si è trovata a dover affrontare nella sua vita un disturbo psicosomatico. Un disturbo che riporta una sintomatologia fisica ben percettibile, a volte anche visibile, ma che, ad un attento esame clinico e medico, non riporta alcuna anomalia.
Ecco quindi, che un attento medico curante ha invitato la signora L. a vedere uno psicologo, senza spiegare, però, bene le motivazioni. Questo ha fatto arrabbiare L. che si è sentita non creduta, non capita, demoralizzata e sola.
Per molte persone sarebbe meglio trovare alla base della sintomatologia un riscontro fisico, un farmaco indicato e una prognosi favorevole o sfavorevole che sia.
Questo significherebbe ignorare la complessità dell’essere umano e la nuova visione medica multifattoriale secondo la quale ogni evento legato all’organismo è conseguente all’intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico.
Fare un po’ di chiarezza su cosa sia il disturbo psicosomatico e da dove abbia origine, può aiutare le persone a non sentirsi non capite e abbandonate nel loro disagio, che c’è realmente e questo non può essere messo in dubbio. Ad orientarsi nel come procedere: decidendo di scegliere un percorso psicologico, dopo aver escluso con adeguati esami ogni riscontro fisico.
Mai come oggi, in una quotidianità frenetica ed instancabile, sperimentiamo come le emozioni comunichino e condizionino il nostro corpo.
A chi non è capitato di digerire male sotto stress, ad alcuni la rabbia crea acidità di stomaco, ad altri ancora quando cambiano abitudini accusano il mal di testa. Tutti siamo soggetti, in grado diverso, a processi in cui la mente e le emozioni influenzano il nostro corpo.
Per alcuni si parla di disturbo psicosomatico, in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d’organo con segni indiscutibili di lesione, ma le cause non sono riconducibili ad anomalie organiche, qualsiasi esame clinico le ha escluse.
Sono molti i disturbi che possono essere diagnosticati come psicosomatici; i più comuni sono disturbi a carico dell’ apparato cardio-circolatorio: l’ipertensione arteriosa; a carico dell’apparato respiratorio come l’asma bronchiale; a carico dell’apparato digerente come la colite ulcerosa, l’ulcera gastro-duodenale; a carico della pelle come l’eczema, la psoriasi, la dermatite atopica e molte altre sintomatologie.
Fermo restando che se sono presenti lesioni, queste devono essere monitorate da un medico; la presa in carico del disturbo psicosomatico deve avvenire attraverso una rete di professionisti che includono il medico e/o specialista, lo psicologo/ psicoterapeuta, se necessario uno psichiatra in una visione che tenga conto degli elementi biologici, psichici e anche sociali del disagio.
Partendo sempre da questa visione olistica, è importante dire che la “malattia”, per quanto dolorosa e sofferta, costituisce un momento fondamentale del vivere individuale, un campanello d’allarme, un’occasione di spezzare lo stato di cose precedente,e di creare lo spazio per ricrearne un altro più adatto al presente. Il problema, per noi che la viviamo sulla nostra pelle, è che la crisi/”malattia” ci precipita nel disagio, senza darci suggerimenti diretti e leggibili sui cambiamenti da fare per stare bene.
L’organo o l’apparato che viene colpito sono le parti di noi più deboli, più bisognose di essere rinforzate e sono collegate a funzioni primarie dell’essere umano che rappresentano il suo modo di essere al mondo.
Spesso l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel corpo (il disturbo): le persone che soffrono di un disturbo psicosomatico difficilmente riferiscono emozioni quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione; spesso hanno difficoltà ad accedere al loro mondo emotivo.
La persona che porta in terapia un disturbo psicosomatico, come la signora L., con l’aiuto del professionista può iniziare a lavorare sulla presa di consapevolezza delle proprie emozioni, dando loro un nome. Può iniziare un percorso per riconoscere e valutare il proprio modo di essere al mondo, cercando in questo modo di creare un nuovo equilibrio. Così lavorando sulla psichè potrà agire anche sul corpo, sull’origine del disturbo e conseguentemente sul disturbo stesso.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

mordere nel bambino, sostegno genitoriale

Almeno una volta nel corso della prima infanzia, i genitori si trovano ad affrontare il tema dei “morsi”, soprattutto se il piccolo frequenta luoghi di aggregazione come il Nido o Centri gioco, in cui si trova a relazionarsi con altri bambini.
Ogni bambino può trovarsi ad avere il ruolo del “morsicatore” o della “vittima”; in entrambi i casi i genitori reagiscono con emozioni e sentimenti forti e contrastanti.
Nel primo caso, nel genitore del bambino “morsicatore” c’è il dispiacere, l’imbarazzo, la vergogna e la rabbia per il figlio che ha morso; egli mette subito in discussione le proprie modalità educative, si colpevolizza e a volte anche la reazione, che può essere brusca e arrabbiata, del genitore del bambino morso può accrescere questo disagio.
Nel secondo caso, nel genitore del bambino “vittima” ci può essere rabbia e frustrazione inizialmente, che spesso viene scaricata sul genitore del “morsicatore” o sulle persone addette alla vigilanza dei piccoli, ma poi, soprattutto se è una cosa che si ripete, subentra la paura che il proprio figlio non si sappia difendere, sia un “debole” e che lo sarà in tutte le occasioni della vita.
E’ bene fare un po’ di chiarezza, ed esplicitare alcuni aspetti di questo comportamento, di modo che il vivere questa esperienza diventi per i genitori meno dolorosa e preoccupante.
Nei primi tre anni di vita, ogni bambino attraversa quella che nello sviluppo è detta “fase orale”, una fase in cui si sviluppa la conoscenza e l’emotività, quest’ultima inizia ad essere manifestata, ma non certo canalizzata in ciò che è giusto o sbagliato.
Questi aspetti vengono esperiti attraverso la bocca: leccare, mettersi in bocca, mordere oggetti e persone porta alla conoscenza e a provare piacere.
Attraverso la bocca si sviluppa anche l’aspetto emotivo: il piccolo impara ad esprimere emozioni e pensieri che non possono ancora nè essere coscienti, nè venire verbalizzati, ma che in modo impulsivo vengono esternati liberamente, senza capire che possono fare del male o che ci possono essere altri modi per esprimerli. Un morso può essere rabbia, ma anche paura, ansia, frustrazione, affetto.
Non va scambiato per aggressività, è un gesto che appartiene ad una fase dello sviluppo e aiuta il bambino a comunicare la sua emotività, che ancora non ha parole.
Quello che può fare un genitore non è certo colpevolizzarsi, nè rispondere con gesti violenti; piuttosto cercare di comprendere cosa il bambino cerca di esprimere, fare attenzione alle situazioni in cui si manifesta: contesa di un oggetto, gioco motorio, forte eccitazione, ecc.
Rimane importante fargli comprendere in modo chiaro e continuativo che non è un gesto accettato con un “NO” sicuro e deciso, detto guardandolo negli occhi, facendogli capire che il morso fa male e lascia dei segni. Col tempo, con lo sviluppo del linguaggio, sarà importante che i genitori aiutino i piccoli ad imparare a riconoscere ed ad esprimere a parole le proprie emozioni.
Se ci si trova nei panni del genitore del bambino morso, per quanto possa essere doloroso trovare il proprio figlio segnato, magari sul viso o su più parti del corpo, è importante non scaricare questo dolore sul genitore del bambino mordace, non dipende da lui ciò che è successo, abbiate fiducia che quest’ultimo non farà passare inosservato al figlio l’accaduto. Abbiate, poi, fiducia nei vostri figli, che se non in quella occasione, ma in altre, facendo tesoro dell’esperienza, troveranno i modi e i mezzi per allontanarsi dal pericolo, uscendone illesi. Non  stimolate in loro comportamenti di difesa violenti: allora sì, si parlerebbe di aggressività!
Comprendere il motivo di un gesto all’apparenza così violento può aiutare a viverlo in modo sereno; ecco perchè è consigliabile sempre, non solo per i morsi, informarsi e parlarne con figure di riferimento come possono essere le educatrici, le insegnanti del proprio figlio, ma anche con gli altri genitori e se le situazioni persistono o diventano “altro” si potrà ricorrere anche ad un professionista; mai rimanere nella propria solitudine.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

C’è un modo giusto di vivere la rabbia, un’emozione per molti negativa, ma che ci accompagna nella nostra quotidianità: può succedere a tutti di arrabbiarci se subiamo un’ingiustizia con un collega, un compagno di scuola, un figlio, un genitore, un coniuge.

Le modalità di gestione della rabbia possono essere diverse: c’è chi tiene tutto dentro e magari somatizza, c’ è chi scoppia in modo iracondo.

Primo step è sicuramente accogliere e prendere consapevolezza della rabbia quando sta arrivando, poi bisogna imparare a gestirla per far in modo che da essa si possano trarre i giusti spunti per esprimere alla persona che ce l’ha scatenata le nostre ragioni e come ci siamo sentiti. Un percorso di psicoterapia può essere di aiuto.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Un video di una collega di Pistoia, Giulia Bassetti, mostra in modo molto efficace questo processo.

Come esprimere la rabbia

Oggi si parla di rabbia e delle varie maniere di esprimerla! C'è chi esplode e chi invece fa finta di nulla, evitando la rabbia come se fosse sbagliata… Voi avete trovato la maniera giusta di gestirla? Grazie a Lucia LuCe Centolani per i suoi bei disegni! 🙂 Per chi vuole saperne qualcosa di più, ne parlo anche qui: https://www.psicologapistoia.com/single-post/2016/02/12/come-manifestare-la-rabbia

Posted by La stanza della psicoterapia on Montag, 13. Februar 2017