Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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L’autostima è fondamentale nella nostra vita, se abbiamo una buona stima di noi stessi saremo in grado di affrontare le difficoltà senza sentirci in colpa nel momento in cui le cose non vanno come vorremmo. L’autostima può crescere, può essere coltivata nel tempo, come?

E’ importante iniziare a pensare a noi individuando quelli aggettivi che ci descrivono nel positivo e nel negativo.
Possiamo quindi capire, attraverso questa presa di consapevolezza, quali sono i nostri punti di forza (aggettivi positivi). Spesso le persone non sono per niente consapevoli di questi, o li danno per scontati, è importante invece conoscerli e legittimarseli per sapere su cosa possiamo fare affidamento nelle sfide della vita.
Al contempo conoscere anche i nostri punti deboli (aggettivi negativi), ci può far capire cosa vorremmo cambiare di noi stessi. Il cambiamento non è un qualcosa che basta volere perché accada, è un processo interiore della nostra personalità che ha bisogno di tempo, ma che nel immediato può essere tangibile nel provare a cambiare nel concreto i nostri comportamenti; nel domandarci quali azioni potremmo fare per cambiare. Ad esempio se pensiamo di essere poco attenti alle relazioni, possiamo iniziare ad occuparci di più degli altri, dedicare loro tempo: una telefonata, una chiacchierata, una visita, un messaggio, piccole cose concrete. E così via per tutte le caratteristiche di noi che vorremmo cambiare. Questo potrà aiutarci a piacerci di più e ad aumentare la nostra autostima.

Impariamo a vedere negli altri i loro pregi, piuttosto che seguire l’attitudine, sempre più diffusa, della svalutazione, del sottolineare i difetti a discapito delle caratteristiche positive. Questo ci può insegnare a fare lo stesso con noi stessi: diventerà, così, facile vedere in noi non solo i difetti, ma anche gli aspetti della nostra personalità che ci piacciono, anche questo aiuterà la nostra stima.

Diventiamo “bravi” in qualcosa nella nostra vita; scegliamo qualcosa affine ai nostri bisogni, a ciò che ci piace: fare una collezione, un passatempo, uno sport, qualsiasi attività; appassioniamoci, anche questo aiuterà la nostra crescita in stima.

Dedichiamo tempo agli altri, in modo gratuito, senza nulla in cambio, senza farlo sapere, può farci sentire utili, può dare un senso alla nostra vita, aumentando i nostri livelli di benessere, soddisfazione, felicità, stima in noi stessi.

Cerchiamo di costruire relazioni basate sulla stima e il rispetto. Spesso pur di stare nelle relazioni, decidiamo di scendere a compromessi, rendendoci poi conto di non sentirci a nostro agio, di non sentirci amati e stimati, questo ci danneggia e ci toglie energia

. Abbiamo bisogno di persone che ci stimano, di cui dobbiamo meritarci la stima, costruendo una relazione vera e solida in cui amiamo e ci sentiamo amati, giorno dopo giorno. Queste relazioni saranno un terreno fertile per coltivare la nostra autostima.

Impariamo a gestire i nostri bisogni nelle relazioni. Spesso chi ha una bassa autostima, pensa di non meritarsi nulla, quello che gli capita è giusto così, non può pretendere niente, anzi se lo fa si sente in colpa, si vergogna.  Capire i propri bisogni e portarli nelle relazioni, è importante per noi, ma anche per l’altro, che potrà conoscerci meglio sia in positivo che in negativo, ma in modo più autentico. Questo consoliderà la nostra stima.

Smettiamola di giudicarci, di pensare che non andiamo bene, che non siamo adeguati, che non facciamo abbastanza, che non faremo mai abbastanza. E’ una modalità inutile che toglie energia e ci distrugge, cerchiamo di pensare a noi in modo positivo e costruttivo, cercando di mettere in pratica i suggerimenti sopra.

L’autostima crescerà, perché crescerà l’immagine che abbiamo di noi. E’ un lavoro faticoso, ma importante per procedere con forza e determinazione nella vita.

Monica Cerruti

Psicologo  Psicoterapeuta Firenze

Viviamo in una società che induce a coltivare il sogno dell’immortalità, la perseveranza umana di dominare sempre di più la natura si scontra con il fallimento di tale utopia, la morte. La morte ha perduto il senso di essere considerata parte della vita, una tappa naturale, insita in ogni essere vivente che nasce.
Mentre nel passato la morte e il lutto erano esperienze sociali collettive, fortemente intrise di significati esistenziali, nella nostra società si muore in silenzio, nell’ indifferenza collettiva che tende a negare questa dimensione della vita, che non dà spazio al dolore e alle lacrime.
Occorre, invece, riattivare un riavvicinamento al lutto e al dolore del lutto, occorre viverlo e non evitarlo, occorre dare sostegno alle persone in lutto, lasciando da parte il pregiudizio che non si può aiutare una persona che ha subito una perdita, buona alibi per evitare di entrare in contatto con tutte quelle emozioni che sono legate alla morte e che prima o poi investono tutti. Avvicinarsi all’ esperienza di altri può aiutare a ridurre le paure legate alla consapevolezza della propria morte e a garantire una maggiore determinazione nel perseguire una vita piena.
Allo stesso modo dobbiamo prenderci carico dei nostri lutti; perché se non lo facciamo ce li porteremo dentro e nel corso della nostra vita scalfiranno il nostro equilibrio. Il lutto è un processo temporale necessario a superare la crisi quando si è spezzato un legame, è un darsi tempo per vivere quelle emozioni, sentimenti, stati d’animo legati alla perdita di una relazione per noi importante. Si avvicenderanno momenti di incredulità e negazione dell’accaduto, a momenti in cui sarà forte la disperazione, il senso di colpa, la rabbia, la tristezza, la nostalgia fino ad arrivare ad accettare la perdita, dandole un significato ed una collocazione.
In questo percorso avere qualcuno affianco è fondamentale, per condividere e per sfuggire il desiderio di isolarci. Non c’è necessità di “essere forti” davanti a questa o queste persone, potremo mostrarci per quello che siamo in questo momento di vulnerabilità e darci il tempo per accettare questa condizione.
Può capitare che l’elaborazione del lutto non segua il percorso corretto, diventando un lutto complicato, dove la persona staziona nel suo dolore e non trova una via d’uscita.
In queste situazioni, un professionista può aiutare la persona a riprendere l’elaborazione del lutto, trovando la sua giusta collocazione e di conseguenza l’individuo potrà riprendere la sua vita.

Monica Cerruti

Psicologa Psicoterapeuta

                                                                          “Le cose migliori e più belle di questo mondo non possono essere viste e nemmeno toccate. Devono essere sentite col cuore.”  H.K.

E’ sorprendente come a tante persone il significato della parola “Empatia” risulti sconosciuto; forse è qualcosa di simile alla simpatia? All’apatia? O all’omeopatia? Questo porta a riflettere sul fatto che se poche persone ne conoscono il significato, vuol dire che poche persone la vivono nella loro quotidianità.L’empatia è la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni e i sentimenti altrui. Non solo è dispiacersi per l’altro, se questo mostra di essere triste, ma comprenderlo. In parole semplici è mettersi nei panni dell’altro, il che è molto più facile a dirsi che a farsi.
Difficile perché viviamo in una cultura in cui l’attenzione per il proprio Ego prevale sull’ importanza del preoccuparsi degli altri: spesso si manifesta il giudizio: risulta più facile criticare l’altro. In questo modo tutte le nostre scelte diventano “migliori” e ovviamente ci sentiamo più bravi, più capaci e questo apparentemente ci fa stare bene; in realtà ci sentiremmo molto meglio se avessimo intorno a noi persone che ci sostengono, a cui mostrare le nostre fragilità e la nostra empatia reciproca.
Matthew Lieberman, studioso di neuroscienze sociali e cognitive dice che in noi è innato un “cervello sociale”, un’area del cervello che si attiva quando siamo coinvolti in interazioni sociali, questa rete neuronale ci porta a pensare alla mente delle altre persone, ai loro pensieri, alle loro emozioni, promuovendo così l’empatia e la cooperazione. Di conseguenza sembra che l’uomo libero di scegliere prediliga la cooperazione, ricevendo piacere dal benessere altrui più che dal proprio; questo potrebbe essere il segreto della felicità, da tempo dimenticato…
L’empatia è innata in tutti gli animali fin da piccoli; da un punto di vista evolutivo, è un istinto prezioso che ci ha aiutato nella sopravvivenza, rimasto poi per molti sopito, ma facilmente possiamo riappropriarcene.
L’empatia si sviluppa nell’ infanzia grazie al rapporto madre-bambino: il bambino impara a sintonizzarsi sulle emozioni della madre, e poi col tempo su quelle di altre persone. I genitori hanno una grande responsabilità: sono il principale esempio di empatia e devono esercitarsi loro stessi nell’ essere empatici. Imparando a capire gli altri invece di criticarli: c’è differenza tra il giudizio e il cercare un motivo per difendere l’altro mettendosi nei suoi panni. E’ importante aiutare i propri figli a capire le emozioni degli altri e nel contempo a comprendere le proprie; e poi cercate di ascoltare di più e non abbiate paura di mostrarvi vulnerabili, è, anzi, il primo passo per mettersi in contatto con l’altro.
Infine, ci sono studi che dimostrano che leggere ai bambini aumenta il livello di empatia, non solo libri divertenti, ma libri che tocchino la vasta gamma di emozioni, incluse quelle spiacevoli e negative: affrontare la realtà in modo che i bambini la possano gestire risulta comunque autentico e utile per migliorare la loro capacità empatica.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

In studio arrivano persone diverse, per motivi diversi: relazioni sentimentali disfunzionali, problematiche legate alla  famiglia, ai genitori, ai figli, incapacità di gestire le proprie emozioni, ansia eccessiva e altro. Una cosa che, però, accomuna quasi tutti, e scopriamo insieme, nel corso del percorso, a volte anche con incredulità e stupore, è la mancanza di autostima, il non sentirsi all’altezza di essere amati dagli altri, il ritenere qualsiasi cosa si faccia normale e spesso dovuta.
Da dove deriva questa incapacità di darsi il giusto credito? E’ questa la domanda che spesso si chiede la persona dopo aver preso consapevolezza di questa mancanza.
Molto spesso il “sentirsi non amabili”, “non all’altezza se siamo come siamo” è un costrutto che interiorizziamo molto presto nel corso della nostra vita. Le figure a noi vicine fin da piccoli ci educano a quello che sia bene o male fare secondo il loro punto di vista, non considerando le emozioni e i bisogni sottostanti.
Per fare un esempio, l’arrivo di un fratello dovrebbe essere vissuto come un lieto evento nella famiglia, secondo un genitore dovrebbe essere il dare un compagno al proprio figlio, ed è così, ma si dimentica tutta quella sfera emozionale più confusa che attraversa un bambino che attende e poi vive l’arrivo di un fratello. C’è gelosia, paura, a volte anche rabbia; emozioni forti, ma che coesistono e che il genitore spesso non vuol vedere; ecco che se un bambino, toglie il ciuccio o dà uno sbuffo all’ultimo arrivato, l’adulto è pronto a giudicare il gesto come pericoloso e a sgridare il figlio. Manca totalmente la comprensione delle emozioni vissute e la loro esternazione. Ben diverso è dire: “Capisco che sei arrabbiato perché è arrivato qualcuno a condividere i tuoi spazi, i tuoi giochi, mamma e papà, ma se fai così lui sente male”, piuttosto che: “Gli fai male, non farlo più!”. Questo non accade, un messaggio, come il secondo, privo di empatia e comprensione implicitamente comunica al bambino che non può essere quello che è, che non può vivere quelle emozioni, perché altrimenti non verrà amato dai suoi genitori.
Questo è solo un esempio, il cui meccanismo si reitera nella vita di molte persone: genitori, insegnanti, compagni, figure importanti che ci dicono come secondo loro dovremmo agire, senza provare a mettersi nei nostri panni. E’ inevitabile pensare che fare come dicono loro ci porta ad apparire in modo favorevole ai loro occhi, ci amano, ci stimano; e forse, noi non siamo, poi, in grado di decidere da soli, o sicuramente sceglieremmo il peggio. Questo modo di vivere ci porta a non fidarci più di noi stessi, a non sentirci in grado di scegliere, a sottovalutarci, a dimenticarci di esistere.
Durante il percorso psicologico la gente scopre presto di non volersi bene, di pensare più a far stare bene gli altri che se stessi, a vedere i dolori degli altri più gravi e profondi dei propri.
Da una seduta alla successiva inizia un percorso di ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni, una presa di consapevolezza di ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male; torniamo ad essere il centro della nostra vita, la nostra bussola, capiamo che non occorre essere come gli altri ci vogliono per essere amati.
Molti, soprattutto le donne, raccontano di iniziare a farsi le proprie ragioni, di iniziare a confrontarsi con gli altri, prendendo posizione in modo autonomo perché sentono di valere anche loro, legittimando le proprie scelte. Si sperimentano in questo e vedono buoni risultati: paradossalmente la comunicazione con le altre persone diventa più autentica, non si tiene nascosto quello che siamo e sentiamo, spesso l’altro comprende ed accetta la nostra idea. L’autostima inizia a nutrirsi di questi successi, ce ne appropriamo. Imparando ad ascoltare noi stessi ci vogliamo più bene e di riflesso anche gli altri ci amano, se riescono a comprendere.
Un aiuto psicologico può aiutare persone adulte a ri-volersi bene e a ri-fidarsi di se stesse, ma si può lavorare anche sull’autostima dei più piccoli, di modo che si possa prevenire questo stato di alienazione da noi stessi. Come? Se i messaggi delle persone importanti nella vita di un bambino sono così vincolanti nel creare questo malessere, come si diceva poco sopra, sono proprio queste figure a dover cambiare il loro modo di porsi. Devono imparare a comprendere ciò che vive il bambino nella quotidianità; non esiste solo la felicità, ma anche la tristezza, la rabbia, e altre mille sfumature. Possono imparare a esplicitare tutto questo, senza negarlo, creando una vicinanza,
un’empatia che legittimi il piccolo a provare tutto ciò, a viverlo senza sentirsi “cattivo, e non amabile”; il messaggio implicito che deve passare è: “Vai bene come sei”, “Vanno bene le scelte che fai perché senti che sono giuste per te, ed io le accetto”. Un bambino che cresce in un ambiente così rassicurante, sicuro, incoraggiante, coltiverà le sue emozioni, le sue idee, le sue decisioni. Avrà stima di sé, si sentirà amato e si amerà lui per primo.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

 

rosso dalla rabbia

La rabbia fa parte delle sei emozioni primarie insieme a gioia, tristezza, paura, sorpresa e disgusto.
All’interno della nostra società spesso le emozioni vengono classificate tra positive e quindi da perseguire, come la gioia, e negative, da evitare e negare.
La rabbia fa parte di quest’ ultime. Nei ricordi di bambino di molti spesso ricorre il ricordo di essere stati ripresi più volte da figure di riferimento come i genitori, parenti, insegnanti, per aver mostrato rabbia: un litigio col fratello, un giocattolo che si voleva e non è stato acquistato, una regola imposta da mamma e papà senza diritto di replica, e altri mille sarebbero le situazioni in cui esplicitamente, e non, ci è stato comunicato che provare rabbia non è accettabile per un “bravo bambino”. Conseguenza di ciò, per poter essere amati e non deludere quelli che si amano, è l’evitamento fin da piccoli di esternare la rabbia arrivando a negare di provarla. Realtà impossibile, perchè seppur si possa pensare di poterla reprimere, non sarebbe umano non provarla. Come tutte le altre emozioni sopra elencate, ogni essere umano prova rabbia nel corso della sua vita, da questo dobbiamo partire.

La rabbia, non può essere riconosciuta come negativa, come la gioia o la sorpresa non possono essere ritenute positive: tutte ci servono nel corso della nostra vita.
Le emozioni, se ascoltate, sono dei “campanelli d’allarme” utili alla sopravvivenza. Nello specifico la rabbia è una modalità adattativa che ci permette di comprendere che stiamo vivendo una frustrazione che ci provoca un malessere; il nostro organismo si attiva per comunicarcelo attraverso chiari segnali: sudorazione, tachicardia, aumento della respirazione, la muscolatura è più tesa, ci sentiamo più agitati, tesi.
Ora tocca a noi riconoscerli e cercare di riflettere su quale sia la miglior risposta per ritrovare il nostro benessere, che al tempo dei nostri avi preistorici poteva significare anche la vita o la morte, ai nostri giorni può significare riuscire a manifestare ad un collega, ad un datore di lavoro, ad un coniuge, ma anche ad una persona incontrata per caso il nostro fastidio in modo efficace e funzionale, senza esplodere come un vulcano e diventare aggressivi sia verbalmente sia, nei peggiori dei casi, fisicamente.

E’ proprio così: la rabbia repressa sta sotto pelle, prima o poi scoppierà come la lava di un vulcano, uscirà senza controllo.
Questo rischia di nuocere a noi stessi e paradossalmente ad allontanarci dalle persone che ci circondano e sono importanti per noi.
Su di noi l’effetto può essere il rimuginare, il logoramento che può portare con sé ansia, irritabilità, aggressività, problemi psicosomatici, e nei casi più importanti problemi psichiatrici.
Nelle relazioni sociali, la rabbia non saputa gestire porta a discussioni accese in cui si perde il punto di vista dell’altro, viene a mancare la capacità empatica di mettersi nei panni dell’altro, unico scopo è prevaricare e “vincere”; una reazione così fuori controllo può solo condurre alla rottura di una relazione e ad allontanare le persone da noi.
Noi siamo esseri sociali, ci scontriamo con l’altro, ma viviamo anche di relazione, la nostra identità si fonda su come ci vede l’altro, esistiamo perché c’è l’altro, imparare a gestire la rabbia ci può salvare dalla solitudine.

Primo passo è abbandonare il tabù “provare rabbia ci rende non amabili”, impariamo a dare voce alla nostra rabbia, diamole diritto di esistere: ascoltiamo il nostro corpo che ce lo comunica, cerchiamo di prendere consapevolezza di quale sia il nostro bisogno che sentiamo in quel momento negato, del perché accada ciò, cerchiamo di incanalare questa energia per riflettere su questo, prendiamo tempo.

Il detto dice: “conta fino a dieci”… in realtà una verità in questo c’è: il tempo per la riflessione aiuta a diminuire l’intensità della rabbia, a trovare in noi la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace la nostra opinione senza offendere e aggredire l’altra persona, ad essere persone assertive che però si arrabbiano.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Carl Rogers. Il fondatore della terapia centrata sulla persona.

Carl Rogers fu il primo a democratizzare la relazione terapeutica ed ad indicare che la qualità di tale relazione determini i risultati di ogni psicoterapia.
Egli sviluppa la sua Terapia Centrata sul Cliente (1951) ponendo attenzione al rapporto interpersonale tra terapeuta e cliente, fornendo così un contributo importante al significato di quella che in seguito verrà definita alleanza terapeutica.
Secondo i principi della sua terapia, il rapporto interpersonale che si instaura durante la terapia costituisce la cornice all’interno della quale si sviluppano le condizioni favorevoli alla crescita personale del cliente; è la qualità di tale rapporto che determina la riuscita del trattamento piuttosto che le tecniche utilizzate dal terapeuta; così scrive: «Ogni volta che mi sono chiesto come mai terapeuti profondamente diversi per personalità, orientamenti e metodi di lavoro, potessero riuscire tutti allo stesso modo, [….] sono giunto alla conclusione che ciò dipendeva dal fatto che tutti pongono nella relazione d’aiuto certi atteggiamenti particolari» (Rogers, 1951, trad. it, pag. 89).
La terapia di Rogers ha il suo fondamento epistemologico nella fiducia nella natura umana, la forza base di questa ultima è detta tendenza attualizzante, cioè una forza essenziale alla base di ogni crescita e sviluppo della persona, è questa che deve essere facilitata nel processo terapeutico al fine di produrre la crescita del cliente; facilitata dalla partecipazione con un ruolo attivo e paritario di entrambi gli attori: terapeuta e cliente.
Il terapeuta è mosso dal desiderio di conoscere e capire l’altro, e prova a fare tutto questo in maniera genuina, reale; il cliente dovrebbe cogliere tutto questo, percepire l’accoglienza, almeno in parte. Quindi la relazione terapeutica è, per Rogers (Ibid.) una relazione “reale” che si costruisce tra due persone “reali”, il cliente non entra in contatto con un’ immagine fantastica del terapeuta, ma con una persona reale, che con i suoi atteggiamenti, getta le basi per quella relazione con il cliente che Rogers considera l’elemento vincente della terapia.

Le componenti dell’alleanza terapeutica nell’approccio rogersiano

componenti alleanza psicoterapia

Secondo la Terapia Centrata sul Cliente (Rogers, Ibid.), il disagio psicologico si manifesta quando l’organismo impedisce l’accesso alla coscienza di importanti esperienze sensoriali e viscerali che non vengono pertanto simbolizzate e organizzate nella Gestalt in cui si struttura il Sé. Vale a dire che le esperienze significative (bisogni, sentimenti, emozioni) riguardano il livello organismico, esse sono soggette a valutazione e possono o meno essere simbolizzate, cioè passate a livello percepito e rese consapevoli, a seconda di quanto è presente nel Sé ideale. Nel disagio psicologico il cliente, si trova in un processo di incongruenza, parte dell’esperienza organismica non è simbolizzata poiché incongruente con la struttura del sé; il locus of evaluation della persona è esterno poiché sono i valori introiettati dalle figure di riferimento, in cambio della promessa di affetto, che fungono da strumento di valutazione. Il sé è caratterizzato da rigidità, difesa, alto senso di minaccia, chiusura all’esperienza e prontezza alla distorsione e alla rimozione dei dati esperienziali.
Obiettivo della relazione terapeutica è in primo luogo creare un ambiente “sicuro”, dove il cliente possa abbassare il suo senso di minaccia, aprendosi all’esperienza e alla flessibilità. Conseguentemente la sua tendenza attualizzante sarà la spinta interna che gli farà comprendere che le sue capacità di valutazione organismica autonome sono degne di fiducia e quindi gli permetteranno di accettare esperienze significative incorporandole nella struttura del suo sé. Il cliente potrà selezionare e valutare le proprie esperienze significative in funzione del proprio concetto di sé, privo di condizionamenti esterni, il locus of evaluation diventerà interno, esso sarà ciò che deriva dal dialogo interno tra esperienze personali e struttura del sé. Il risultato finale sarà l’aumento nel cliente dell’area di contatto tra l’esperienza organismica e la struttura del sé, cioè una maggiore congruenza della persona, la cui personalità raggiungerà un processo di piena funzionalità; processo che in quanto tale non sarà rigido e definitivo, ma soggetto a mutevolezza imprevedibile; unica certezza sarà l’impegno della persona in un continuo processo di attualizzazione.
Per raggiungere tali obiettivi, secondo Rogers sono fondamentali nella relazione tra terapeuta e cliente tre condizioni necessarie e sufficienti a carico del terapeuta (Rogers, 1957). Alcuni autori, come Zucconi (2008) e Eliott (2006), ri-sottolineando questo fondamento, definiscono l’alleanza terapeutica proprio un modo di ri-confezionare le condizioni necessarie e sufficienti di Rogers.
Quindi, il terapeuta deve portare nella relazione la propria congruenza: l’ essere in uno stato di accordo interno, cioè che i “sentimenti” provati nei confronti del cliente siano pienamente disponibili alla sua coscienza e, se necessario o opportuno, deve essere disposto a comunicare questi al cliente. Il terapeuta deve trovarsi in uno stato di buon funzionamento della personalità, se non in ogni momento della sua vita, almeno entro i limiti delle sedute. Congruenza e autenticità sono considerati gli aspetti più importanti dell’atteggiamento del terapeuta; Rogers (Op. cit.) sostiene che se nella relazione il terapeuta non è una persona reale, non è possibile alcun incontro.

E’ necessaria la compresenza dell’accettazione positiva incondizionata, espressione con la quale si intende che il terapeuta accetta ogni aspetto dell’esperienza del cliente, assumendo un atteggiamento opposto a qualsiasi valutazione, egli apprezza il cliente nella sua totalità. Infine l’empatia, il percepire il mondo soggettivo come se si fosse quella persona, senza tuttavia perdere di vista che si tratta di una situazione analoga “come se”, non si tratta di identificazione: «…percepire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero nostri, ma senza aggiungervi la nostra ira, la nostra paura, il nostro turbamento.» (Rogers, 1961,trad. it. pag.57).
Da parte del cliente è necessario che percepisca, anche in misura minima, l’accettazione e l’empatia, così da essere partecipe alla relazione e al processo terapeutico e quindi al raggiungimento di un suo miglior funzionamento.
Queste condizioni sono concretamente espresse attraverso alcuni atteggiamenti che il terapeuta manifesta nella relazione terapeutica in modo continuo.
Sono presenti atteggiamenti di sicurezza e calore: un’atmosfera impregnata di sicurezza e calore può portare il cliente a sentirsi al riparo dall’esperienza di minaccia. Quando si parla di sicurezza si fa riferimento sia ad una sicurezza esterna, cioè quella legata al segreto professionale, che offre al cliente una sicurezza di ordine sociale e legale; sia ad una sicurezza interna, come stato psicologico propizio alla distensione emotiva. Se è piuttosto ovvio come instaurare quella esterna, per quella interna, si tratta di una comunicazione, non di informazioni, cioè il terapeuta esprime tutto ciò col suo modo di agire e non con frasi o parole. Egli mira a comunicare alla persona che essa ha delle risorse, che è capace di riconoscere l’origine delle sue difficoltà e che è anche capace di risolvere le stesse con mezzi propri ( Rogers e Kinget, 1965-1966) .
Con calore non si definisce un rapporto di amicizia o di benevolenza, ma di una qualità fatta di bontà, di responsabilità e di interesse disinteressato; anche questa è una qualità implicita del comportamento del terapeuta (Rogers e Kinget, 1965- 1966).

Il terapeuta porta tolleranza e rispettoLa prima riferita incondizionatamente a tutto quello che il cliente ritiene di dover riferire, si tratti di confidenze pesanti o di cose apparentemente triviali, o di manovre difensive. Anche il rispetto deve essere incondizionato, esso è gratuito, il cliente non deve fare nulla per guadagnarselo. Ma con questo termine, oltre che il rispetto convenzionale che si deve ad ogni essere in quanto tale, si indica anche un rispetto terapeutico cioè il rendersi conto che ogni cliente è portatore di un ‘esperienza unica e di conseguenza che lui è più competente di chiunque altro per determinare una linea di condotta compatibile con i suoi bisogni, desideri, valori, capacità (Rogers e Kinget, 1965- 1966).
Il cliente, da parte sua, ha diritto alla piena attività libera, sia di raccontare ciò che vuole, sia di dirigere l’esplorazione dell’Io e di proporre l’interpretazione del materiale così scoperto, o piuttosto le interpretazioni di questo materiale (Rogers e Kinget, 1965-1966).

Il confronto con altri approcci

confronto tra psicoterapie

Come si è visto anche nel capitolo dedicato alle origini del concetto odierno di alleanza terapeutica, questa, nell’approccio psicoanalitico freudiano, è legata indissolubilmente al fenomeno del transfert: l’alleanza tra terapeuta e paziente è una relazione di tipo transferale, il paziente tende a rivolgere sul terapeuta gli impulsi e le fantasie del suo passato infantile e anche le difese e le resistenze messe in atto per arginarli e trasformarli. L’importanza dell’alleanza nel processo terapeutico consiste proprio nella costruzione del transfert; quindi, l’obiettivo del trattamento è arrivare a far sviluppare nel paziente la capacità di padroneggiare i conflitti facendoglieli sperimentare in condizioni più favorevoli di quelle che hanno consentito loro di instaurarsi, in altre parole favorire l’analisi del conflitto con lo sviluppo e l’elaborazione del transfert. L’instaurarsi dell’alleanza terapeutica è parte integrante degli obiettivi della psicoterapia oltre a favorirla.
I compiti per raggiungere questi obiettivi sono principalmente l’interpretazione e l’elaborazione del terapeuta dei significati simbolici presenti nel materiale offerto dal paziente, che permettono di superare le resistenze inconsce e provocare in questo degli insight. L’approccio menziona anche l’importanza degli interventi di rassicurazione, di gestione dell’ansia, di sostegno e di ascolto empatico.
Con l’evoluzione dell’approccio, l’alleanza terapeutica tende a staccarsi dal concetto di transfert e il rapporto con il terapeuta comincia ad essere considerato come la prima relazione oggettuale affidabile nella vita del paziente, per cui si inizia a dare un peso rilevante alla persona “reale” del terapeuta e agli aspetti “reali” della relazione nel qui e ora. L’alleanza non è vista come qualcosa che veicola e replica relazioni passate, ma considerata come qualcosa che contiene del nuovo.
Nel confronto con l’approccio rogersiano è palese che gli obiettivi della relazione siano differenti, ma sembra più interessante vedere oltre.
Nel pensiero di Rogers, come si è già detto, per raggiungere tali obiettivi sono considerati degli atteggiamenti, dei “modi di essere” che, in quanto tali, prescindono da particolari tecniche; per contro l’approccio psicoanalitico parla di interpretazioni, ponendole ai primi posti per importanza; parla di interventi direttivi, esplicitati, comunicati verbalmente al paziente; l’aspetto empatico è menzionato agli ultimi posti. Altro punto di confronto è la visione di questa alleanza: l’approccio centrato sulla persona si distacca totalmente dal pensiero psicoanalitico più arcaico, mentre si avvicina alla visione più evoluta: l’alleanza è una relazione “reale”, dove il terapeuta è “reale”, il cliente non entra in contatto con una sua proiezione, ma con una persona reale che porta nella relazione i suoi atteggiamenti, la sua autenticità; quindi l’importanza del “qui e ora” di questo rapporto, qualcosa di totalmente nuovo, diverso e unico, rispetto al vissuto passato del cliente. Il suo essere terapeutico risiede in questo, non nell’evocare, ma nel creare.
Ultimo punto da focalizzare è il ruolo del paziente/cliente in questa alleanza: l’approccio psicoanalitico non prevede, soprattutto nella prima parte del trattamento, un suo apporto; il terapeuta svela con le sue interpretazioni ogni resistenza del paziente, al contrario di Rogers, dove è proprio il cliente ad interpretare le sue parole, in quanto maggior conoscitore di se stesso.
Il secondo confronto coinvolge l’approccio cognitivo- comportamentale e costruttivista. Secondo questi approcci, l’alleanza è importante in quanto il comportamento del terapeuta è fonte di rinforzi e modella il cliente; l’interazione tra terapeuta e paziente è vista inizialmente come uno scambio: da un lato c’è l’influenza sociale del terapeuta e dall’altra le aspettative e il bisogno del paziente. Il terapeuta ha lo status di “esperto” e il paziente pensa che il terapeuta abbia conoscenza ed esperienza; il terapeuta mostra calore ed empatia e il paziente lo considera attraente ed empatico, un modello. Quindi, l’obiettivo della terapia, che deve essere condiviso da entrambi, è modificare i comportamenti e le emozioni disadattivi , nonché la mediazione cognitiva e lo stile cognitivo in generale. Tutto questo è ottenuto disponendo di moltissimi strumenti tecnici nelle mani del terapeuta: il chaining, il prompting, lo shaping, ecc. ecc.
Per l’approccio costruttivista nella relazione i membri assumono entrambi un ruolo attivo, con ruoli ben distinti, ma complementari: il paziente è l’esperto rispetto all’oggetto (il suo sistema di conoscenza, le sue sensazioni, i suoi pensieri, i suoi desideri, le sue emozioni), in quanto è l’unico ad avere un contatto diretto con sé; il terapeuta è l’esperto rispetto al metodo e il suo compito è di suggerire gli strumenti, le procedure e i tempi per portare avanti il processo. L’obiettivo di tale lavoro è la ricostruzione delle caratteristiche degli schemi prevalenti del sistema del paziente, della loro influenza sul suo comportamento e dei processi di costruzione dei significati.
Le differenze col pensiero di Rogers riguardano sicuramente la visione del terapeuta come portatore di strumenti e tecniche; nel confronto con l’approccio cognitivo-comportamentale, il guidare totalmente il paziente suscitando in lui ammirazione. Più simile sembra il ruolo del paziente/cliente nell’approccio costruttivista: questo ultimo è l’esperto di se stesso, punto in comune, ma, mentre per Rogers quello del terapeuta è un facilitare, per il costruttivista è un dare strumenti per capire e costruire significati.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta