Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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Ritrovarsi genitori di un ragazzo adolescente è una cosa improvvisa, a cui si arriva spesso impreparati perché ogni figlio è diverso dagli altri, perché siamo portati a dimenticarci della nostra adolescenza, perché non ha mezze misure, è talmente impetuoso, imprevedibile che diventa difficile avere consapevolezza, non solo del mondo emotivo del proprio figlio, ma anche del nostro di genitori.
Dal dolce bambino cresciuto, di cui conoscevamo ogni pregio, difetto, desiderio, ci troviamo di fronte uno sconosciuto, che, in balia delle sue emozioni, ci mette alla prova rispetto ai nostri equilibri, ai nostri punti fermi, al nostro bisogno di avere la situazione sotto controllo. Così facendo ci mette di fronte alle nostre paure e ai nostri limiti, ci obbliga, se vogliamo sopravvivere, a metterci in discussione sia come genitori che come persone, a entrare nel vortice con lui e rivivere questo momento della vita, non più da protagonisti, ma col ruolo di facilitatori, ruolo spesso stretto, faticoso e difficile da interpretare.
Facendo un passo indietro, è importante comprendere perché tutta questa conflittualità.
Durante l’adolescenza ogni ragazzo si trova a doversi definire, sia nel suo aspetto esteriore, ben noto a tutti, sia nelle sue peculiarità caratteriali e nella identità: deve capire chi è, cosa gli piace, cosa non gli piace, cosa vuole, cosa non vuole; e per fare questo ha bisogno di esplorare, sperimentare e sperimentarsi non solo in quelle situazioni conosciute durante tutta l’infanzia, ma oltre, arrivando anche a situazioni al limite, di pericolo, spesso per lui inconsapevole, di sfida e conflitto verso quelle figure adulte vicine, possibili modelli, ma anche possibili antagonisti. Questa dualità che coesiste nella sua ambivalenza porta con sé confusione e smarrimento; le emozioni dell’adolescente sono un sali e scendi, non esistono sfumature, o è nero o è bianco. Nel corso di una giornata, ma anche di un’ora, possono passare dalla felicità alla tristezza, alla rabbia, per poi assestarsi in una momentanea rassegnazione.
La metafora più calzante è una barca in balia delle onde, durante una tempesta, il ruolo del genitore quello del faro ancorato allo scoglio all’inizio del porto. Un ruolo, come si diceva prima, spesso difficile da assumere, perché la rabbia che suscitano questi comportamenti  è molta e può portarci spesso in balia delle stesse onde, piuttosto che ad illuminare la strada verso il porto.
Quindi, la rabbia non è solo quella dei figli adolescenti, ma è anche quella dei genitori, che hanno nostalgia del loro bambino, che si sentono riversare addosso ingratitudine, si sentono sfidati quotidianamente, presi in giro, odiati.
La rabbia, la delusione ci sono perché prima di essere genitori siamo esseri umani, è giusto che ognuno se le riconosca queste emozioni, ne prenda consapevolezza e legittimi il fatto che: “ci sono momenti in cui si può provare tutto questo anche per la cosa più cara che abbiamo al mondo: i nostri figli”.
Da questa presa di coscienza si può iniziare a comprendere il fatto che, in questo momento della vita, siamo comunque indispensabili per i nostri figli; loro hanno bisogno di noi, non gettati nella confusione e nella tempesta insieme a loro, ma sulla terra ferma, come punto di riferimento. Dobbiamo imparare a tollerare, a restare nel conflitto, ad esserci sempre, ad insegnare loro che anche le loro emozioni, come le nostre, hanno il diritto di essere e che questo non distruggerà la nostra relazione; saranno liberi di essere qualcuno diverso da noi, e non per questo sbagliati.
Sarà importante, come genitori, comprendere l’importanza anche dei “No”, di mettere limiti ai comportamenti, soprattutto se ritenuti non tollerabili, pericolosi per la loro vita; perché un figlio adolescente ha bisogno anche di questo: di chiarezza, di confini definiti e invalicabili.
Ci sono, invece, situazioni in cui può sperimentarsi, cercarsi e trovarsi avendoci accanto ad osservarlo, facendo un passo indietro anche quando la voglia sarebbe di sostituirsi a lui nelle decisioni, nelle responsabilità, per non farlo soffrire, perché forse da solo potrebbe non riuscire. Dobbiamo dargli  fiducia che può farcela sia con le parole, ma soprattutto con i fatti e anche quando sbaglierà, pagandone le conseguenze, saremo sempre lì a sostenerlo. Non rinunciamo a questa relazione, mai: è questo che ci chiede un figlio adolescente.

 

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

 

rosso dalla rabbia

La rabbia fa parte delle sei emozioni primarie insieme a gioia, tristezza, paura, sorpresa e disgusto.
All’interno della nostra società spesso le emozioni vengono classificate tra positive e quindi da perseguire, come la gioia, e negative, da evitare e negare.
La rabbia fa parte di quest’ ultime. Nei ricordi di bambino di molti spesso ricorre il ricordo di essere stati ripresi più volte da figure di riferimento come i genitori, parenti, insegnanti, per aver mostrato rabbia: un litigio col fratello, un giocattolo che si voleva e non è stato acquistato, una regola imposta da mamma e papà senza diritto di replica, e altri mille sarebbero le situazioni in cui esplicitamente, e non, ci è stato comunicato che provare rabbia non è accettabile per un “bravo bambino”. Conseguenza di ciò, per poter essere amati e non deludere quelli che si amano, è l’evitamento fin da piccoli di esternare la rabbia arrivando a negare di provarla. Realtà impossibile, perchè seppur si possa pensare di poterla reprimere, non sarebbe umano non provarla. Come tutte le altre emozioni sopra elencate, ogni essere umano prova rabbia nel corso della sua vita, da questo dobbiamo partire.

La rabbia, non può essere riconosciuta come negativa, come la gioia o la sorpresa non possono essere ritenute positive: tutte ci servono nel corso della nostra vita.
Le emozioni, se ascoltate, sono dei “campanelli d’allarme” utili alla sopravvivenza. Nello specifico la rabbia è una modalità adattativa che ci permette di comprendere che stiamo vivendo una frustrazione che ci provoca un malessere; il nostro organismo si attiva per comunicarcelo attraverso chiari segnali: sudorazione, tachicardia, aumento della respirazione, la muscolatura è più tesa, ci sentiamo più agitati, tesi.
Ora tocca a noi riconoscerli e cercare di riflettere su quale sia la miglior risposta per ritrovare il nostro benessere, che al tempo dei nostri avi preistorici poteva significare anche la vita o la morte, ai nostri giorni può significare riuscire a manifestare ad un collega, ad un datore di lavoro, ad un coniuge, ma anche ad una persona incontrata per caso il nostro fastidio in modo efficace e funzionale, senza esplodere come un vulcano e diventare aggressivi sia verbalmente sia, nei peggiori dei casi, fisicamente.

E’ proprio così: la rabbia repressa sta sotto pelle, prima o poi scoppierà come la lava di un vulcano, uscirà senza controllo.
Questo rischia di nuocere a noi stessi e paradossalmente ad allontanarci dalle persone che ci circondano e sono importanti per noi.
Su di noi l’effetto può essere il rimuginare, il logoramento che può portare con sé ansia, irritabilità, aggressività, problemi psicosomatici, e nei casi più importanti problemi psichiatrici.
Nelle relazioni sociali, la rabbia non saputa gestire porta a discussioni accese in cui si perde il punto di vista dell’altro, viene a mancare la capacità empatica di mettersi nei panni dell’altro, unico scopo è prevaricare e “vincere”; una reazione così fuori controllo può solo condurre alla rottura di una relazione e ad allontanare le persone da noi.
Noi siamo esseri sociali, ci scontriamo con l’altro, ma viviamo anche di relazione, la nostra identità si fonda su come ci vede l’altro, esistiamo perché c’è l’altro, imparare a gestire la rabbia ci può salvare dalla solitudine.

Primo passo è abbandonare il tabù “provare rabbia ci rende non amabili”, impariamo a dare voce alla nostra rabbia, diamole diritto di esistere: ascoltiamo il nostro corpo che ce lo comunica, cerchiamo di prendere consapevolezza di quale sia il nostro bisogno che sentiamo in quel momento negato, del perché accada ciò, cerchiamo di incanalare questa energia per riflettere su questo, prendiamo tempo.

Il detto dice: “conta fino a dieci”… in realtà una verità in questo c’è: il tempo per la riflessione aiuta a diminuire l’intensità della rabbia, a trovare in noi la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace la nostra opinione senza offendere e aggredire l’altra persona, ad essere persone assertive che però si arrabbiano.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

C’è un modo giusto di vivere la rabbia, un’emozione per molti negativa, ma che ci accompagna nella nostra quotidianità: può succedere a tutti di arrabbiarci se subiamo un’ingiustizia con un collega, un compagno di scuola, un figlio, un genitore, un coniuge.

Le modalità di gestione della rabbia possono essere diverse: c’è chi tiene tutto dentro e magari somatizza, c’ è chi scoppia in modo iracondo.

Primo step è sicuramente accogliere e prendere consapevolezza della rabbia quando sta arrivando, poi bisogna imparare a gestirla per far in modo che da essa si possano trarre i giusti spunti per esprimere alla persona che ce l’ha scatenata le nostre ragioni e come ci siamo sentiti. Un percorso di psicoterapia può essere di aiuto.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Un video di una collega di Pistoia, Giulia Bassetti, mostra in modo molto efficace questo processo.

Come esprimere la rabbia

Oggi si parla di rabbia e delle varie maniere di esprimerla! C'è chi esplode e chi invece fa finta di nulla, evitando la rabbia come se fosse sbagliata… Voi avete trovato la maniera giusta di gestirla? Grazie a Lucia LuCe Centolani per i suoi bei disegni! 🙂 Per chi vuole saperne qualcosa di più, ne parlo anche qui: https://www.psicologapistoia.com/single-post/2016/02/12/come-manifestare-la-rabbia

Posted by La stanza della psicoterapia on Montag, 13. Februar 2017