Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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In studio arrivano persone diverse, per motivi diversi: relazioni sentimentali disfunzionali, problematiche legate alla  famiglia, ai genitori, ai figli, incapacità di gestire le proprie emozioni, ansia eccessiva e altro. Una cosa che, però, accomuna quasi tutti, e scopriamo insieme, nel corso del percorso, a volte anche con incredulità e stupore, è la mancanza di autostima, il non sentirsi all’altezza di essere amati dagli altri, il ritenere qualsiasi cosa si faccia normale e spesso dovuta.
Da dove deriva questa incapacità di darsi il giusto credito? E’ questa la domanda che spesso si chiede la persona dopo aver preso consapevolezza di questa mancanza.
Molto spesso il “sentirsi non amabili”, “non all’altezza se siamo come siamo” è un costrutto che interiorizziamo molto presto nel corso della nostra vita. Le figure a noi vicine fin da piccoli ci educano a quello che sia bene o male fare secondo il loro punto di vista, non considerando le emozioni e i bisogni sottostanti.
Per fare un esempio, l’arrivo di un fratello dovrebbe essere vissuto come un lieto evento nella famiglia, secondo un genitore dovrebbe essere il dare un compagno al proprio figlio, ed è così, ma si dimentica tutta quella sfera emozionale più confusa che attraversa un bambino che attende e poi vive l’arrivo di un fratello. C’è gelosia, paura, a volte anche rabbia; emozioni forti, ma che coesistono e che il genitore spesso non vuol vedere; ecco che se un bambino, toglie il ciuccio o dà uno sbuffo all’ultimo arrivato, l’adulto è pronto a giudicare il gesto come pericoloso e a sgridare il figlio. Manca totalmente la comprensione delle emozioni vissute e la loro esternazione. Ben diverso è dire: “Capisco che sei arrabbiato perché è arrivato qualcuno a condividere i tuoi spazi, i tuoi giochi, mamma e papà, ma se fai così lui sente male”, piuttosto che: “Gli fai male, non farlo più!”. Questo non accade, un messaggio, come il secondo, privo di empatia e comprensione implicitamente comunica al bambino che non può essere quello che è, che non può vivere quelle emozioni, perché altrimenti non verrà amato dai suoi genitori.
Questo è solo un esempio, il cui meccanismo si reitera nella vita di molte persone: genitori, insegnanti, compagni, figure importanti che ci dicono come secondo loro dovremmo agire, senza provare a mettersi nei nostri panni. E’ inevitabile pensare che fare come dicono loro ci porta ad apparire in modo favorevole ai loro occhi, ci amano, ci stimano; e forse, noi non siamo, poi, in grado di decidere da soli, o sicuramente sceglieremmo il peggio. Questo modo di vivere ci porta a non fidarci più di noi stessi, a non sentirci in grado di scegliere, a sottovalutarci, a dimenticarci di esistere.
Durante il percorso psicologico la gente scopre presto di non volersi bene, di pensare più a far stare bene gli altri che se stessi, a vedere i dolori degli altri più gravi e profondi dei propri.
Da una seduta alla successiva inizia un percorso di ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni, una presa di consapevolezza di ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male; torniamo ad essere il centro della nostra vita, la nostra bussola, capiamo che non occorre essere come gli altri ci vogliono per essere amati.
Molti, soprattutto le donne, raccontano di iniziare a farsi le proprie ragioni, di iniziare a confrontarsi con gli altri, prendendo posizione in modo autonomo perché sentono di valere anche loro, legittimando le proprie scelte. Si sperimentano in questo e vedono buoni risultati: paradossalmente la comunicazione con le altre persone diventa più autentica, non si tiene nascosto quello che siamo e sentiamo, spesso l’altro comprende ed accetta la nostra idea. L’autostima inizia a nutrirsi di questi successi, ce ne appropriamo. Imparando ad ascoltare noi stessi ci vogliamo più bene e di riflesso anche gli altri ci amano, se riescono a comprendere.
Un aiuto psicologico può aiutare persone adulte a ri-volersi bene e a ri-fidarsi di se stesse, ma si può lavorare anche sull’autostima dei più piccoli, di modo che si possa prevenire questo stato di alienazione da noi stessi. Come? Se i messaggi delle persone importanti nella vita di un bambino sono così vincolanti nel creare questo malessere, come si diceva poco sopra, sono proprio queste figure a dover cambiare il loro modo di porsi. Devono imparare a comprendere ciò che vive il bambino nella quotidianità; non esiste solo la felicità, ma anche la tristezza, la rabbia, e altre mille sfumature. Possono imparare a esplicitare tutto questo, senza negarlo, creando una vicinanza,
un’empatia che legittimi il piccolo a provare tutto ciò, a viverlo senza sentirsi “cattivo, e non amabile”; il messaggio implicito che deve passare è: “Vai bene come sei”, “Vanno bene le scelte che fai perché senti che sono giuste per te, ed io le accetto”. Un bambino che cresce in un ambiente così rassicurante, sicuro, incoraggiante, coltiverà le sue emozioni, le sue idee, le sue decisioni. Avrà stima di sé, si sentirà amato e si amerà lui per primo.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

Qualche mese fa è giunta nel mio studio una signora sulla sessantina, di bella presenza, un po’ trascurata, dal suo viso traspariva una profonda stanchezza. Una volta accomodata sulla poltrona, mi racconta:
Dottoressa, in realtà non so bene il motivo per cui sono qui! Nel senso che lei è proprio la mia “ultima spiaggia”.
Da quasi dieci anni avverto forti dolori addominali durante la notte, come se mi tirassero le viscere, a volte con una camomilla e un antispasmo riesco a calmarli, altre volte no. Sono andata dal mio medico, dallo specialista, da due luminari della gastroenterologia; ho fatto tutti gli esami che mi sono stati prescritti, mi è stato diagnosticato un colon irritabile, ma non riconducibile a dolori così forti. Quindi, sono passata alla nutrizionista, ho seguito ogni tipo di dieta, all’inizio sembrava meglio, ma poi sono tornati. Mi sono rivolta anche al naturapata e ho fatto l’agopuntura, ma non ho avuto nessun risultato.
Il mio medico curante,visto l’esito degli esami, mi ha detto che la causa andava ricercata altrove, mi ha consigliato di vedere uno psicologo ed eventualmente uno psichiatra.
Guardi dottoressa, le confesso che mi sono arrabbiata moltissimo, gli ho detto che non mi credeva allora, che ero per lui una malata immaginaria, forse una pazza! Sono andata via sbattendo la porta.
Mi scusi dottoressa, io sarò anche ignorante, ma che centra avere dolori alla pancia con la mia testa! Mica me li invento questi dolori!
Non ne posso più: dormo poco, non ho più voglia di fare niente: uscire con le amiche, vedere le mie figlie, i miei nipoti.
Mio marito, dice che forse il dottore ha ragione, quindi anche per lui sono una bugiarda! Mi ha proposto una vacanza, ma come faccio a godermela?!
…ho notato che prendendo qualche gocciolina di ansiolitici, appena avverto i dolori, sto meglio, non tanto, ma un po’… alla fine mi sono decisa, ho cercato una psicologa ed ecco che oggi sono qui da lei. Ma non è che ci credo molto che con lei troverò una soluzione, no, non ci credo!“.

La signora L., così la chiamerò per questione di privacy, è una delle tante persone che si è trovata a dover affrontare nella sua vita un disturbo psicosomatico. Un disturbo che riporta una sintomatologia fisica ben percettibile, a volte anche visibile, ma che, ad un attento esame clinico e medico, non riporta alcuna anomalia.
Ecco quindi, che un attento medico curante ha invitato la signora L. a vedere uno psicologo, senza spiegare, però, bene le motivazioni. Questo ha fatto arrabbiare L. che si è sentita non creduta, non capita, demoralizzata e sola.
Per molte persone sarebbe meglio trovare alla base della sintomatologia un riscontro fisico, un farmaco indicato e una prognosi favorevole o sfavorevole che sia.
Questo significherebbe ignorare la complessità dell’essere umano e la nuova visione medica multifattoriale secondo la quale ogni evento legato all’organismo è conseguente all’intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico.
Fare un po’ di chiarezza su cosa sia il disturbo psicosomatico e da dove abbia origine, può aiutare le persone a non sentirsi non capite e abbandonate nel loro disagio, che c’è realmente e questo non può essere messo in dubbio. Ad orientarsi nel come procedere: decidendo di scegliere un percorso psicologico, dopo aver escluso con adeguati esami ogni riscontro fisico.
Mai come oggi, in una quotidianità frenetica ed instancabile, sperimentiamo come le emozioni comunichino e condizionino il nostro corpo.
A chi non è capitato di digerire male sotto stress, ad alcuni la rabbia crea acidità di stomaco, ad altri ancora quando cambiano abitudini accusano il mal di testa. Tutti siamo soggetti, in grado diverso, a processi in cui la mente e le emozioni influenzano il nostro corpo.
Per alcuni si parla di disturbo psicosomatico, in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d’organo con segni indiscutibili di lesione, ma le cause non sono riconducibili ad anomalie organiche, qualsiasi esame clinico le ha escluse.
Sono molti i disturbi che possono essere diagnosticati come psicosomatici; i più comuni sono disturbi a carico dell’ apparato cardio-circolatorio: l’ipertensione arteriosa; a carico dell’apparato respiratorio come l’asma bronchiale; a carico dell’apparato digerente come la colite ulcerosa, l’ulcera gastro-duodenale; a carico della pelle come l’eczema, la psoriasi, la dermatite atopica e molte altre sintomatologie.
Fermo restando che se sono presenti lesioni, queste devono essere monitorate da un medico; la presa in carico del disturbo psicosomatico deve avvenire attraverso una rete di professionisti che includono il medico e/o specialista, lo psicologo/ psicoterapeuta, se necessario uno psichiatra in una visione che tenga conto degli elementi biologici, psichici e anche sociali del disagio.
Partendo sempre da questa visione olistica, è importante dire che la “malattia”, per quanto dolorosa e sofferta, costituisce un momento fondamentale del vivere individuale, un campanello d’allarme, un’occasione di spezzare lo stato di cose precedente,e di creare lo spazio per ricrearne un altro più adatto al presente. Il problema, per noi che la viviamo sulla nostra pelle, è che la crisi/”malattia” ci precipita nel disagio, senza darci suggerimenti diretti e leggibili sui cambiamenti da fare per stare bene.
L’organo o l’apparato che viene colpito sono le parti di noi più deboli, più bisognose di essere rinforzate e sono collegate a funzioni primarie dell’essere umano che rappresentano il suo modo di essere al mondo.
Spesso l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel corpo (il disturbo): le persone che soffrono di un disturbo psicosomatico difficilmente riferiscono emozioni quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione; spesso hanno difficoltà ad accedere al loro mondo emotivo.
La persona che porta in terapia un disturbo psicosomatico, come la signora L., con l’aiuto del professionista può iniziare a lavorare sulla presa di consapevolezza delle proprie emozioni, dando loro un nome. Può iniziare un percorso per riconoscere e valutare il proprio modo di essere al mondo, cercando in questo modo di creare un nuovo equilibrio. Così lavorando sulla psichè potrà agire anche sul corpo, sull’origine del disturbo e conseguentemente sul disturbo stesso.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

C’è un modo giusto di vivere la rabbia, un’emozione per molti negativa, ma che ci accompagna nella nostra quotidianità: può succedere a tutti di arrabbiarci se subiamo un’ingiustizia con un collega, un compagno di scuola, un figlio, un genitore, un coniuge.

Le modalità di gestione della rabbia possono essere diverse: c’è chi tiene tutto dentro e magari somatizza, c’ è chi scoppia in modo iracondo.

Primo step è sicuramente accogliere e prendere consapevolezza della rabbia quando sta arrivando, poi bisogna imparare a gestirla per far in modo che da essa si possano trarre i giusti spunti per esprimere alla persona che ce l’ha scatenata le nostre ragioni e come ci siamo sentiti. Un percorso di psicoterapia può essere di aiuto.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Un video di una collega di Pistoia, Giulia Bassetti, mostra in modo molto efficace questo processo.

Come esprimere la rabbia

Oggi si parla di rabbia e delle varie maniere di esprimerla! C'è chi esplode e chi invece fa finta di nulla, evitando la rabbia come se fosse sbagliata… Voi avete trovato la maniera giusta di gestirla? Grazie a Lucia LuCe Centolani per i suoi bei disegni! 🙂 Per chi vuole saperne qualcosa di più, ne parlo anche qui: https://www.psicologapistoia.com/single-post/2016/02/12/come-manifestare-la-rabbia

Posted by La stanza della psicoterapia on Montag, 13. Februar 2017