Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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Ritrovarsi genitori di un ragazzo adolescente è una cosa improvvisa, a cui si arriva spesso impreparati perché ogni figlio è diverso dagli altri, perché siamo portati a dimenticarci della nostra adolescenza, perché non ha mezze misure, è talmente impetuoso, imprevedibile che diventa difficile avere consapevolezza, non solo del mondo emotivo del proprio figlio, ma anche del nostro di genitori.
Dal dolce bambino cresciuto, di cui conoscevamo ogni pregio, difetto, desiderio, ci troviamo di fronte uno sconosciuto, che, in balia delle sue emozioni, ci mette alla prova rispetto ai nostri equilibri, ai nostri punti fermi, al nostro bisogno di avere la situazione sotto controllo. Così facendo ci mette di fronte alle nostre paure e ai nostri limiti, ci obbliga, se vogliamo sopravvivere, a metterci in discussione sia come genitori che come persone, a entrare nel vortice con lui e rivivere questo momento della vita, non più da protagonisti, ma col ruolo di facilitatori, ruolo spesso stretto, faticoso e difficile da interpretare.
Facendo un passo indietro, è importante comprendere perché tutta questa conflittualità.
Durante l’adolescenza ogni ragazzo si trova a doversi definire, sia nel suo aspetto esteriore, ben noto a tutti, sia nelle sue peculiarità caratteriali e nella identità: deve capire chi è, cosa gli piace, cosa non gli piace, cosa vuole, cosa non vuole; e per fare questo ha bisogno di esplorare, sperimentare e sperimentarsi non solo in quelle situazioni conosciute durante tutta l’infanzia, ma oltre, arrivando anche a situazioni al limite, di pericolo, spesso per lui inconsapevole, di sfida e conflitto verso quelle figure adulte vicine, possibili modelli, ma anche possibili antagonisti. Questa dualità che coesiste nella sua ambivalenza porta con sé confusione e smarrimento; le emozioni dell’adolescente sono un sali e scendi, non esistono sfumature, o è nero o è bianco. Nel corso di una giornata, ma anche di un’ora, possono passare dalla felicità alla tristezza, alla rabbia, per poi assestarsi in una momentanea rassegnazione.
La metafora più calzante è una barca in balia delle onde, durante una tempesta, il ruolo del genitore quello del faro ancorato allo scoglio all’inizio del porto. Un ruolo, come si diceva prima, spesso difficile da assumere, perché la rabbia che suscitano questi comportamenti  è molta e può portarci spesso in balia delle stesse onde, piuttosto che ad illuminare la strada verso il porto.
Quindi, la rabbia non è solo quella dei figli adolescenti, ma è anche quella dei genitori, che hanno nostalgia del loro bambino, che si sentono riversare addosso ingratitudine, si sentono sfidati quotidianamente, presi in giro, odiati.
La rabbia, la delusione ci sono perché prima di essere genitori siamo esseri umani, è giusto che ognuno se le riconosca queste emozioni, ne prenda consapevolezza e legittimi il fatto che: “ci sono momenti in cui si può provare tutto questo anche per la cosa più cara che abbiamo al mondo: i nostri figli”.
Da questa presa di coscienza si può iniziare a comprendere il fatto che, in questo momento della vita, siamo comunque indispensabili per i nostri figli; loro hanno bisogno di noi, non gettati nella confusione e nella tempesta insieme a loro, ma sulla terra ferma, come punto di riferimento. Dobbiamo imparare a tollerare, a restare nel conflitto, ad esserci sempre, ad insegnare loro che anche le loro emozioni, come le nostre, hanno il diritto di essere e che questo non distruggerà la nostra relazione; saranno liberi di essere qualcuno diverso da noi, e non per questo sbagliati.
Sarà importante, come genitori, comprendere l’importanza anche dei “No”, di mettere limiti ai comportamenti, soprattutto se ritenuti non tollerabili, pericolosi per la loro vita; perché un figlio adolescente ha bisogno anche di questo: di chiarezza, di confini definiti e invalicabili.
Ci sono, invece, situazioni in cui può sperimentarsi, cercarsi e trovarsi avendoci accanto ad osservarlo, facendo un passo indietro anche quando la voglia sarebbe di sostituirsi a lui nelle decisioni, nelle responsabilità, per non farlo soffrire, perché forse da solo potrebbe non riuscire. Dobbiamo dargli  fiducia che può farcela sia con le parole, ma soprattutto con i fatti e anche quando sbaglierà, pagandone le conseguenze, saremo sempre lì a sostenerlo. Non rinunciamo a questa relazione, mai: è questo che ci chiede un figlio adolescente.

 

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

“Ci vuole la tristezza per capire la felicità, il rumore per apprezzare il silenzio, e l’assenza per capire il valore della presenza di qualcuno.”

Molte sono le persone che arrivano nello studio dello psicologo domandando aiuto per eliminare dolore e tristezza dalla propria vita, ritrovare serenità ed equilibrio.
Risulta impossibile per qualsiasi professionista, dal luminare all’esperto nelle tecniche psicologiche più in voga del momento, accogliere tale richiesta. L’erronea illusione sta nell’ “eliminare” dolore e tristezza e continuare a vivere la nostra vita, in altre parole il momento in cui non proveremo più dolore e tristezza coinciderà con la nostra morte. A molti potrà sembrare un’affermazione forte, ma è così: ci affanniamo ad essere felici e a rincorrere un equilibrio, cercando di accantonare i momenti tristi e dolorosi che incontriamo nella nostra esistenza, senza renderci conto che anche questa è vita e come tale va vissuta fino in fondo.
Ecco che un buon professionista dovrà aiutare il suo cliente a prendere consapevolezza di questo e a riformulare la domanda: non eliminare, ma imparare a stare nel dolore e nella tristezza. Che costi fatica, non può essere messo in dubbio, ma a conti fatti le energie spese per imparare a conviverci saranno di meno di quelle usate per eliminarle.
La tristezza, è un’emozione primaria come la felicità, per quanto possiamo definirla negativa, come tale ha in sé caratteristiche utili all’adattamento e alla sopravvivenza dell’essere umano.  Aiuta l’individuo a metabolizzare una perdita, ci rende immobili mentre prendiamo consapevolezza dei vuoti rimasti, ci aiuta a comunicare agli altri il nostro malessere.
Spesso le parole tristezza e debolezza si accompagnano; nella società odierna vige il pregiudizio che mostrarsi tristi è indice di fragilità, vulnerabilità; ecco la voglia di sfuggirla, evitarla, mettersi la maschera di un falso sorriso.
E’ nostro diritto provarla, viverla e accoglierla senza per questo sentirci deboli. Quando finalmente questo verrà compreso, quando capiremo che le cose non possono essere sempre a nostro favore, è normale, fa parte della vita ed è giusto che sia così, perché se tutto fosse come vogliamo, non daremmo mai valore a quei momenti nei quali la vita ci offre positività; potremo dire a noi stessi che è una situazione che non ci piace, ma ci possiamo vivere e dandoci il giusto tempo, passerà. Solo allora paradossalmente raggiungeremo quel equilibrio tanto agognato e saremo pronti per la felicità.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

 

rosso dalla rabbia

La rabbia fa parte delle sei emozioni primarie insieme a gioia, tristezza, paura, sorpresa e disgusto.
All’interno della nostra società spesso le emozioni vengono classificate tra positive e quindi da perseguire, come la gioia, e negative, da evitare e negare.
La rabbia fa parte di quest’ ultime. Nei ricordi di bambino di molti spesso ricorre il ricordo di essere stati ripresi più volte da figure di riferimento come i genitori, parenti, insegnanti, per aver mostrato rabbia: un litigio col fratello, un giocattolo che si voleva e non è stato acquistato, una regola imposta da mamma e papà senza diritto di replica, e altri mille sarebbero le situazioni in cui esplicitamente, e non, ci è stato comunicato che provare rabbia non è accettabile per un “bravo bambino”. Conseguenza di ciò, per poter essere amati e non deludere quelli che si amano, è l’evitamento fin da piccoli di esternare la rabbia arrivando a negare di provarla. Realtà impossibile, perchè seppur si possa pensare di poterla reprimere, non sarebbe umano non provarla. Come tutte le altre emozioni sopra elencate, ogni essere umano prova rabbia nel corso della sua vita, da questo dobbiamo partire.

La rabbia, non può essere riconosciuta come negativa, come la gioia o la sorpresa non possono essere ritenute positive: tutte ci servono nel corso della nostra vita.
Le emozioni, se ascoltate, sono dei “campanelli d’allarme” utili alla sopravvivenza. Nello specifico la rabbia è una modalità adattativa che ci permette di comprendere che stiamo vivendo una frustrazione che ci provoca un malessere; il nostro organismo si attiva per comunicarcelo attraverso chiari segnali: sudorazione, tachicardia, aumento della respirazione, la muscolatura è più tesa, ci sentiamo più agitati, tesi.
Ora tocca a noi riconoscerli e cercare di riflettere su quale sia la miglior risposta per ritrovare il nostro benessere, che al tempo dei nostri avi preistorici poteva significare anche la vita o la morte, ai nostri giorni può significare riuscire a manifestare ad un collega, ad un datore di lavoro, ad un coniuge, ma anche ad una persona incontrata per caso il nostro fastidio in modo efficace e funzionale, senza esplodere come un vulcano e diventare aggressivi sia verbalmente sia, nei peggiori dei casi, fisicamente.

E’ proprio così: la rabbia repressa sta sotto pelle, prima o poi scoppierà come la lava di un vulcano, uscirà senza controllo.
Questo rischia di nuocere a noi stessi e paradossalmente ad allontanarci dalle persone che ci circondano e sono importanti per noi.
Su di noi l’effetto può essere il rimuginare, il logoramento che può portare con sé ansia, irritabilità, aggressività, problemi psicosomatici, e nei casi più importanti problemi psichiatrici.
Nelle relazioni sociali, la rabbia non saputa gestire porta a discussioni accese in cui si perde il punto di vista dell’altro, viene a mancare la capacità empatica di mettersi nei panni dell’altro, unico scopo è prevaricare e “vincere”; una reazione così fuori controllo può solo condurre alla rottura di una relazione e ad allontanare le persone da noi.
Noi siamo esseri sociali, ci scontriamo con l’altro, ma viviamo anche di relazione, la nostra identità si fonda su come ci vede l’altro, esistiamo perché c’è l’altro, imparare a gestire la rabbia ci può salvare dalla solitudine.

Primo passo è abbandonare il tabù “provare rabbia ci rende non amabili”, impariamo a dare voce alla nostra rabbia, diamole diritto di esistere: ascoltiamo il nostro corpo che ce lo comunica, cerchiamo di prendere consapevolezza di quale sia il nostro bisogno che sentiamo in quel momento negato, del perché accada ciò, cerchiamo di incanalare questa energia per riflettere su questo, prendiamo tempo.

Il detto dice: “conta fino a dieci”… in realtà una verità in questo c’è: il tempo per la riflessione aiuta a diminuire l’intensità della rabbia, a trovare in noi la capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace la nostra opinione senza offendere e aggredire l’altra persona, ad essere persone assertive che però si arrabbiano.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Qualche mese fa è giunta nel mio studio una signora sulla sessantina, di bella presenza, un po’ trascurata, dal suo viso traspariva una profonda stanchezza. Una volta accomodata sulla poltrona, mi racconta:
Dottoressa, in realtà non so bene il motivo per cui sono qui! Nel senso che lei è proprio la mia “ultima spiaggia”.
Da quasi dieci anni avverto forti dolori addominali durante la notte, come se mi tirassero le viscere, a volte con una camomilla e un antispasmo riesco a calmarli, altre volte no. Sono andata dal mio medico, dallo specialista, da due luminari della gastroenterologia; ho fatto tutti gli esami che mi sono stati prescritti, mi è stato diagnosticato un colon irritabile, ma non riconducibile a dolori così forti. Quindi, sono passata alla nutrizionista, ho seguito ogni tipo di dieta, all’inizio sembrava meglio, ma poi sono tornati. Mi sono rivolta anche al naturapata e ho fatto l’agopuntura, ma non ho avuto nessun risultato.
Il mio medico curante,visto l’esito degli esami, mi ha detto che la causa andava ricercata altrove, mi ha consigliato di vedere uno psicologo ed eventualmente uno psichiatra.
Guardi dottoressa, le confesso che mi sono arrabbiata moltissimo, gli ho detto che non mi credeva allora, che ero per lui una malata immaginaria, forse una pazza! Sono andata via sbattendo la porta.
Mi scusi dottoressa, io sarò anche ignorante, ma che centra avere dolori alla pancia con la mia testa! Mica me li invento questi dolori!
Non ne posso più: dormo poco, non ho più voglia di fare niente: uscire con le amiche, vedere le mie figlie, i miei nipoti.
Mio marito, dice che forse il dottore ha ragione, quindi anche per lui sono una bugiarda! Mi ha proposto una vacanza, ma come faccio a godermela?!
…ho notato che prendendo qualche gocciolina di ansiolitici, appena avverto i dolori, sto meglio, non tanto, ma un po’… alla fine mi sono decisa, ho cercato una psicologa ed ecco che oggi sono qui da lei. Ma non è che ci credo molto che con lei troverò una soluzione, no, non ci credo!“.

La signora L., così la chiamerò per questione di privacy, è una delle tante persone che si è trovata a dover affrontare nella sua vita un disturbo psicosomatico. Un disturbo che riporta una sintomatologia fisica ben percettibile, a volte anche visibile, ma che, ad un attento esame clinico e medico, non riporta alcuna anomalia.
Ecco quindi, che un attento medico curante ha invitato la signora L. a vedere uno psicologo, senza spiegare, però, bene le motivazioni. Questo ha fatto arrabbiare L. che si è sentita non creduta, non capita, demoralizzata e sola.
Per molte persone sarebbe meglio trovare alla base della sintomatologia un riscontro fisico, un farmaco indicato e una prognosi favorevole o sfavorevole che sia.
Questo significherebbe ignorare la complessità dell’essere umano e la nuova visione medica multifattoriale secondo la quale ogni evento legato all’organismo è conseguente all’intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta assumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico.
Fare un po’ di chiarezza su cosa sia il disturbo psicosomatico e da dove abbia origine, può aiutare le persone a non sentirsi non capite e abbandonate nel loro disagio, che c’è realmente e questo non può essere messo in dubbio. Ad orientarsi nel come procedere: decidendo di scegliere un percorso psicologico, dopo aver escluso con adeguati esami ogni riscontro fisico.
Mai come oggi, in una quotidianità frenetica ed instancabile, sperimentiamo come le emozioni comunichino e condizionino il nostro corpo.
A chi non è capitato di digerire male sotto stress, ad alcuni la rabbia crea acidità di stomaco, ad altri ancora quando cambiano abitudini accusano il mal di testa. Tutti siamo soggetti, in grado diverso, a processi in cui la mente e le emozioni influenzano il nostro corpo.
Per alcuni si parla di disturbo psicosomatico, in cui si viene a realizzare un vero e proprio stato di malattia d’organo con segni indiscutibili di lesione, ma le cause non sono riconducibili ad anomalie organiche, qualsiasi esame clinico le ha escluse.
Sono molti i disturbi che possono essere diagnosticati come psicosomatici; i più comuni sono disturbi a carico dell’ apparato cardio-circolatorio: l’ipertensione arteriosa; a carico dell’apparato respiratorio come l’asma bronchiale; a carico dell’apparato digerente come la colite ulcerosa, l’ulcera gastro-duodenale; a carico della pelle come l’eczema, la psoriasi, la dermatite atopica e molte altre sintomatologie.
Fermo restando che se sono presenti lesioni, queste devono essere monitorate da un medico; la presa in carico del disturbo psicosomatico deve avvenire attraverso una rete di professionisti che includono il medico e/o specialista, lo psicologo/ psicoterapeuta, se necessario uno psichiatra in una visione che tenga conto degli elementi biologici, psichici e anche sociali del disagio.
Partendo sempre da questa visione olistica, è importante dire che la “malattia”, per quanto dolorosa e sofferta, costituisce un momento fondamentale del vivere individuale, un campanello d’allarme, un’occasione di spezzare lo stato di cose precedente,e di creare lo spazio per ricrearne un altro più adatto al presente. Il problema, per noi che la viviamo sulla nostra pelle, è che la crisi/”malattia” ci precipita nel disagio, senza darci suggerimenti diretti e leggibili sui cambiamenti da fare per stare bene.
L’organo o l’apparato che viene colpito sono le parti di noi più deboli, più bisognose di essere rinforzate e sono collegate a funzioni primarie dell’essere umano che rappresentano il suo modo di essere al mondo.
Spesso l’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel corpo (il disturbo): le persone che soffrono di un disturbo psicosomatico difficilmente riferiscono emozioni quali rabbia, paura, delusione, scontentezza, insoddisfazione; spesso hanno difficoltà ad accedere al loro mondo emotivo.
La persona che porta in terapia un disturbo psicosomatico, come la signora L., con l’aiuto del professionista può iniziare a lavorare sulla presa di consapevolezza delle proprie emozioni, dando loro un nome. Può iniziare un percorso per riconoscere e valutare il proprio modo di essere al mondo, cercando in questo modo di creare un nuovo equilibrio. Così lavorando sulla psichè potrà agire anche sul corpo, sull’origine del disturbo e conseguentemente sul disturbo stesso.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Vivere nel Qui e Ora

Spesso passiamo la nostra esistenza nell’ inseguire il futuro, vivendo nell’ansia che questo comporta, e nel voler modificare il passato, pieno di sensi di colpa, fallimenti e paure. Ci siamo dimenticati del presente, paradossalmente l’unico tempo che esiste, l’unico spazio nel quale possiamo agire.
Sembra che non si possa essere felici ora, perchè ci manca sempre qualcosa, perchè solo raggiungendo i nostri obiettivi potremo essere felici. Purtroppo, poi, ad ogni obiettivo raggiunto, ricerchiamo subito un nuovo traguardo, e poi un altro, in un circolo affannoso, che non ha mai fine.
Il “Qui ed Ora” può rompere questo cerchio, concentrarsi sul presente può aiutarci a vivere con consapevolezza ogni momento della nostra esistenza, ogni esperienza può diventare più intensa; i piccoli piaceri della vita possono essere assaporati, possono trasformare le nostre giornate; possiamo comprendere ciò che è veramente essenziale.
La pienezza dell’ istante, ci permette di vedere le cose così come sono, di accettare più serenamente incertezze e cambiamenti, di preoccuparci meno delle vittorie e delle sconfitte, e di rinunciare alla nostra lotta per controllare ogni cosa. Così l’ansia, la paura, l’angoscia dell’assenza diminuiranno, lasciando il posto ad una sensazione di quiete, serenità interiore, completezza.
Diventerà più facile affrontare le difficoltà, apprezzare ciò che si ha e sentirsi più connessi a se stessi e agli altri.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

resilienza in psicologia

Nella nostra quotidianità viviamo esperienze stressanti, perdite, malattie, traumi che turbano il nostro equilibrio psichico; ci portano a sentire emozioni forti, ansia, senso di smarrimento, incertezza. Col tempo, però, alcune persone imparano il modo migliore di adattarsi a queste situazioni.Quello che consente questo adattamento alle situazioni negative è conosciuto come “resilienza“.
Resilienza deriva dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In ambito psicologico definisce la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà.
Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita, ma riuscire ad affrontarli efficacemente, dando nuovo slancio alla propria esistenza e perfino raggiungendo mete importanti.
Non è una caratteristica che è presente o assente in un individuo, ma presuppone comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere appresi da chiunque sia disposto al cambiamento quando risulta essere necessario.
Inoltre è una funzione psichica che si modifica nel tempo in rapporto all’esperienza, ai vissuti e, soprattutto, al modificarsi dei meccanismi mentali che la caratterizzano.
A determinare un alto livello di resilienza contribuiscono sicuramente l’ambiente in cui una persona cresce: un clima di fiducia e premuroso fornisce incoraggiamento e rassicurazione facilitando lo sviluppo di una visione positiva di se stessi, della capacità di porsi obiettivi e pianificare i vari passi per il loro raggiungimento, di adeguate capacità comunicative, di problem solving e di controllo delle proprie emozioni.
Non tutti hanno la fortuna di vivere in un ambiente così amorevole, ma per affrontare la vita nella quotidianità è necessario provare ad accrescere il proprio livello di resilienza così da non sentirsi “spezzati” dagli eventi.
Può essere d’aiuto focalizzare l’attenzione sulle esperienze del passato cercando di individuare le risorse che rappresentano i punti di forza personali: ricordare quali eventi, come li abbiamo affrontati, se siamo riusciti a chiedere aiuto, cosa abbiamo imparato di noi stessi, cosa cambieremmo. Sono tutte riflessioni che possono aiutarci a sviluppare un modo di essere resiliente.
Non escludiamo di ricorrere anche ad un aiuto psicologico. Non bisogna soffrire di una grave patologia per rivolgersi ad uno psicologo, imparare ad affrontare le difficoltà della vita può essere un buon motivo, soprattutto in quei momenti in cui ci sentiamo più arresi e fragili. Trovare un luogo sicuro, un clima accogliente, non giudicante, nella relazione con un professionista, può aiutarci a comprendere le nostre reazioni agli eventi che ci accadono e a coltivare la nostra resilienza.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Gruppo sostegno genitoriale a Firenze

Essere genitori oggi è ben diverso rispetto a sessant’anni fa: quando la famiglia, composta da madre, padre e prole veniva sostenuta nella cura e nell’educazione da un nucleo allargato, fatto di nonni, zii e cugini; spesso c’era proprio una convivenza nella stessa casa che facilitava questo.
Oggi la famiglia si trova spesso ad affrontare da sola la crescita e l’educazione dei figli, e il bisogno di sapere come comportarsi ha avuto un incremento dovuto, non solo alla solitudine, ma anche all’alto grado di consapevolezza e responsabilità riconosciuto al ruolo genitoriale ai giorni nostri. Una maggiore esigenza di riflessione nata da un innalzamento del livello culturale della popolazione e dall’età, sempre più matura, in cui si diventa genitori, che di conseguenza porta ad un maggior investimento emotivo nei confronti dei figli.
A tale bisogno hanno fatto seguito percorsi educativi familiari di tipo conferenziale, che seppur utili, rendono i genitori dipendenti da “consigli, ricette ed indicazioni per l’uso” molto spesso troppo generali e per  questo non trasferibili alla propria realtà familiare.
Alcune esperienze più recenti mostrano una maggiore efficacia nei percorsi mirati all’empowerment delle figure genitoriali e alla promozione dell’autonomia agendo sulle risorse già presenti nella coppia. Per conseguire tali obiettivi, la modalità più efficace risulta essere il gruppo di genitori, che si confronta, partendo dalla propria esperienza, dagli stili educativi messi in atto, portando ciascun membro ad elaborare un pensiero individuale sul proprio ruolo di genitore. Non esiste “cosa è giusto o sbagliato fare”, ma trovare una strategia il più possibile rispondente al proprio essere adulto e genitore.
Il Gruppo di Incontro, secondo l’approccio Centrato sulla Persona, riflette questo modo di fare educazione familiare; i membri sono portati a confrontarsi, rispettando il proprio punto di vista e la confidenzialità dei temi trattati. Compito del ” facilitatore”, figura al di fuori del gruppo, non è il dare consigli o fare lezione, ma esclusivamente mediare la comunicazione, creando un clima accogliente e non giudicante, in cui ogni pensiero possa trovare cittadinanza.
Di seguito viene riportata l’esperienza svolta in un Nido di Firenze, nell’anno educativo 2016/17; il tema trattato è stato l’affrontare le emozioni proprie e quelle dei propri figli.
In particolare gli obiettivi sono stati: favorire la condivisione di esperienze e di emozioni per stimolare una maggiore consapevolezza, riconoscimento e gestione delle emozioni proprie e degli altri (adulti e bambini); promuovere la socializzazione tra genitori considerando realtà culturali diverse; dando la possibilità attraverso il confronto, di prendere consapevolezza del fatto che determinate esperienze appartengono a molti, di conseguenza abbandonare il senso di solitudine che molti genitori tendono a vivere nella quotidianità; stimolare nei genitori la possibilità di vivere l’ esperienza degli altri come un apprendimento per sé, da sperimentare nella quotidianità.
Il progetto è stato organizzato in tre incontri di gruppo di un’ ora e mezza, una volta al mese per tre mesi, ciascuno centrato su una o più emozioni primarie specifiche (gioia, tristezza, paura e rabbia). Hanno partecipato 18 genitori e tre facilitatori. Il gruppo si è riunito in cerchio nella stanza della psicomotricità, priva di sedute e tavoli.
I temi emersi e poi riportati nel gruppo sono stati molti e significativi; grazie, anche, all’ evidente diversità che caratterizzava i membri del gruppo, sia per età anagrafica, sia per le esperienze di vita personale e familiare (genitori giovani con un solo figlio piccolo, genitori con figli adolescenti di un’unione precedente e figlio piccolo/famiglia ricostituita, genitori con più figli, genitore senza compagno/famiglia monoparentale).
Questo ultimo aspetto ha mostrato quanto sia importante oggi parlare di famiglie, declinando al plurale questa entità sociale, vista la varietà di forme che il contesto familiare ha assunto nella società contemporanea, sottolineando la ricchezza di opportunità che questa complessità può portare.
Superare il modello tradizionale di incontri a tema, tenuti da esperti, a favore di incontri in cui i genitori siano soggetti attivi e competenti è stato un fattore positivo che ha aiutato le famiglie a condividere e sviluppare una propria riflessione sul tema delle emozioni, facendo scoprire a ciascun genitore le proprie potenzialità e risorse, le strategie per incrementarle, potenziando la fiducia in se stessi e il senso di autoefficacia..
E’ stato importante l’aspetto non giudicante e di sano confronto, che ha permesso al gruppo un buon grado di fiducia nell’ aprirsi agli altri esponendo il proprio pensiero, le proprie fragilità e traendo da ciò che veniva detto dagli altri spunti da fare propri.
Il gruppo è stato di aiuto anche per promuovere nuove relazioni sociali, abbandonando il senso di solitudine che spesso molti sentono sia come persone che come genitori nel crescere i propri figli. Si sono incontrati e confrontati mondi diversi: maschile e femminile: il fatto che ad ogni incontro fossero presenti oltre a mamme, sempre in maggioranza in questo genere di incontri, anche dei papà, ha permesso di esplorare anche il pensiero maschile, che in tema di emozioni si discosta spesso da quello femminile.
L’esperienza è stata luogo di apprendimento per i genitori, che portando le proprie esperienze e confrontandole con quelle degli altri, hanno trovato spunti per riflettere sul proprio modo di essere genitori, ma prima di tutto persone.
Il gruppo all’inizio può far paura, mettersi in gioco è un grosso atto di coraggio, ma dalla voce dei genitori, sembra importante e proficuo che vengano create opportunità simili che li accompagnino in tutto il loro percorso genitoriale.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

mordere nel bambino, sostegno genitoriale

Almeno una volta nel corso della prima infanzia, i genitori si trovano ad affrontare il tema dei “morsi”, soprattutto se il piccolo frequenta luoghi di aggregazione come il Nido o Centri gioco, in cui si trova a relazionarsi con altri bambini.
Ogni bambino può trovarsi ad avere il ruolo del “morsicatore” o della “vittima”; in entrambi i casi i genitori reagiscono con emozioni e sentimenti forti e contrastanti.
Nel primo caso, nel genitore del bambino “morsicatore” c’è il dispiacere, l’imbarazzo, la vergogna e la rabbia per il figlio che ha morso; egli mette subito in discussione le proprie modalità educative, si colpevolizza e a volte anche la reazione, che può essere brusca e arrabbiata, del genitore del bambino morso può accrescere questo disagio.
Nel secondo caso, nel genitore del bambino “vittima” ci può essere rabbia e frustrazione inizialmente, che spesso viene scaricata sul genitore del “morsicatore” o sulle persone addette alla vigilanza dei piccoli, ma poi, soprattutto se è una cosa che si ripete, subentra la paura che il proprio figlio non si sappia difendere, sia un “debole” e che lo sarà in tutte le occasioni della vita.
E’ bene fare un po’ di chiarezza, ed esplicitare alcuni aspetti di questo comportamento, di modo che il vivere questa esperienza diventi per i genitori meno dolorosa e preoccupante.
Nei primi tre anni di vita, ogni bambino attraversa quella che nello sviluppo è detta “fase orale”, una fase in cui si sviluppa la conoscenza e l’emotività, quest’ultima inizia ad essere manifestata, ma non certo canalizzata in ciò che è giusto o sbagliato.
Questi aspetti vengono esperiti attraverso la bocca: leccare, mettersi in bocca, mordere oggetti e persone porta alla conoscenza e a provare piacere.
Attraverso la bocca si sviluppa anche l’aspetto emotivo: il piccolo impara ad esprimere emozioni e pensieri che non possono ancora nè essere coscienti, nè venire verbalizzati, ma che in modo impulsivo vengono esternati liberamente, senza capire che possono fare del male o che ci possono essere altri modi per esprimerli. Un morso può essere rabbia, ma anche paura, ansia, frustrazione, affetto.
Non va scambiato per aggressività, è un gesto che appartiene ad una fase dello sviluppo e aiuta il bambino a comunicare la sua emotività, che ancora non ha parole.
Quello che può fare un genitore non è certo colpevolizzarsi, nè rispondere con gesti violenti; piuttosto cercare di comprendere cosa il bambino cerca di esprimere, fare attenzione alle situazioni in cui si manifesta: contesa di un oggetto, gioco motorio, forte eccitazione, ecc.
Rimane importante fargli comprendere in modo chiaro e continuativo che non è un gesto accettato con un “NO” sicuro e deciso, detto guardandolo negli occhi, facendogli capire che il morso fa male e lascia dei segni. Col tempo, con lo sviluppo del linguaggio, sarà importante che i genitori aiutino i piccoli ad imparare a riconoscere ed ad esprimere a parole le proprie emozioni.
Se ci si trova nei panni del genitore del bambino morso, per quanto possa essere doloroso trovare il proprio figlio segnato, magari sul viso o su più parti del corpo, è importante non scaricare questo dolore sul genitore del bambino mordace, non dipende da lui ciò che è successo, abbiate fiducia che quest’ultimo non farà passare inosservato al figlio l’accaduto. Abbiate, poi, fiducia nei vostri figli, che se non in quella occasione, ma in altre, facendo tesoro dell’esperienza, troveranno i modi e i mezzi per allontanarsi dal pericolo, uscendone illesi. Non  stimolate in loro comportamenti di difesa violenti: allora sì, si parlerebbe di aggressività!
Comprendere il motivo di un gesto all’apparenza così violento può aiutare a viverlo in modo sereno; ecco perchè è consigliabile sempre, non solo per i morsi, informarsi e parlarne con figure di riferimento come possono essere le educatrici, le insegnanti del proprio figlio, ma anche con gli altri genitori e se le situazioni persistono o diventano “altro” si potrà ricorrere anche ad un professionista; mai rimanere nella propria solitudine.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta