Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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Ci sono persone abituate da sempre a farsi carico dei problemi, delle responsabilità, dei conflitti non solo propri, ma anche altrui. Hanno la giornata piena di impegni, che si dipana tra risolvere un problema sul lavoro, farsi carico delle incombenze domestiche, pensare ai figli, e che termina con l’ascoltare i malcontenti del o della consorte sul lavoro, elargendo consigli e mantra da mettere in atto.
In modo ironico si possono definire persone affette dalla “sindrome di onnipotenza”, si sentono capaci di reggere lo stress, più forti, invulnerabili, pronti a tutto, ma incapaci, allo stesso tempo, di dire dei “NO” e di riconoscere i propri autentici bisogni e i propri limiti. Non hanno né tempo né riconoscimento per se stessi, si vogliono poco bene e conseguentemente si annullano per andare in soccorso degli altri.
Condurre una vita in cui c’è un forte squilibrio tra ciò che si dà e ciò che si riceve, conduce ad un “collasso emotivo”, che comprende sia il nostro benessere mentale che il nostro stato di salute fisico. Spesso le persone esaurite emotivamente mostrano segni di forte irritabilità, problemi di insonnia, problemi di memoria, confusione, difficoltà a ragionare, poca motivazione nel fare le cose poiché si sentono costretti, guidati dai bisogni degli altri. Le emozioni tendono ad annullarsi; lo stato emotivo diventa piatto, non ci sono emozioni: ne’ felicità, né tristezza.Raggiunto questo punto di rottura non si è più d’aiuto a nessuno.
Cambiare è possibile, innanzitutto prendersi del tempo per staccare dalla quotidianità per riacquistare energie e lucidità; un tempo più lungo concedendosi un viaggio, una piccola vacanza e un tempo ogni giorno, concedendosi piccoli spazi nella giornata per fare quello che piace.
E’ importante prendere consapevolezza dei propri bisogni oltre che di quelli altrui; comprendere quello che siamo, accettando risorse, ma anche i limiti, la non perfezione, l’umanità che ci caratterizza. Bisogna imparare ad essere comprensivi verso noi stessi, non è un percorso veloce, né facile da intraprendere, può essere utile farsi accompagnare da un professionista se da soli non ce la facciamo. Potremo così ricontattarci, ritrovare un benessere psicofisico e tornare a essere protagonisti della nostra vita, ricordandoci che tutti siamo necessari, ma nessuno indispensabile, qualche volta è bene per noi fare un passo indietro e delegare.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

In studio arrivano persone diverse, per motivi diversi: relazioni sentimentali disfunzionali, problematiche legate alla  famiglia, ai genitori, ai figli, incapacità di gestire le proprie emozioni, ansia eccessiva e altro. Una cosa che, però, accomuna quasi tutti, e scopriamo insieme, nel corso del percorso, a volte anche con incredulità e stupore, è la mancanza di autostima, il non sentirsi all’altezza di essere amati dagli altri, il ritenere qualsiasi cosa si faccia normale e spesso dovuta.
Da dove deriva questa incapacità di darsi il giusto credito? E’ questa la domanda che spesso si chiede la persona dopo aver preso consapevolezza di questa mancanza.
Molto spesso il “sentirsi non amabili”, “non all’altezza se siamo come siamo” è un costrutto che interiorizziamo molto presto nel corso della nostra vita. Le figure a noi vicine fin da piccoli ci educano a quello che sia bene o male fare secondo il loro punto di vista, non considerando le emozioni e i bisogni sottostanti.
Per fare un esempio, l’arrivo di un fratello dovrebbe essere vissuto come un lieto evento nella famiglia, secondo un genitore dovrebbe essere il dare un compagno al proprio figlio, ed è così, ma si dimentica tutta quella sfera emozionale più confusa che attraversa un bambino che attende e poi vive l’arrivo di un fratello. C’è gelosia, paura, a volte anche rabbia; emozioni forti, ma che coesistono e che il genitore spesso non vuol vedere; ecco che se un bambino, toglie il ciuccio o dà uno sbuffo all’ultimo arrivato, l’adulto è pronto a giudicare il gesto come pericoloso e a sgridare il figlio. Manca totalmente la comprensione delle emozioni vissute e la loro esternazione. Ben diverso è dire: “Capisco che sei arrabbiato perché è arrivato qualcuno a condividere i tuoi spazi, i tuoi giochi, mamma e papà, ma se fai così lui sente male”, piuttosto che: “Gli fai male, non farlo più!”. Questo non accade, un messaggio, come il secondo, privo di empatia e comprensione implicitamente comunica al bambino che non può essere quello che è, che non può vivere quelle emozioni, perché altrimenti non verrà amato dai suoi genitori.
Questo è solo un esempio, il cui meccanismo si reitera nella vita di molte persone: genitori, insegnanti, compagni, figure importanti che ci dicono come secondo loro dovremmo agire, senza provare a mettersi nei nostri panni. E’ inevitabile pensare che fare come dicono loro ci porta ad apparire in modo favorevole ai loro occhi, ci amano, ci stimano; e forse, noi non siamo, poi, in grado di decidere da soli, o sicuramente sceglieremmo il peggio. Questo modo di vivere ci porta a non fidarci più di noi stessi, a non sentirci in grado di scegliere, a sottovalutarci, a dimenticarci di esistere.
Durante il percorso psicologico la gente scopre presto di non volersi bene, di pensare più a far stare bene gli altri che se stessi, a vedere i dolori degli altri più gravi e profondi dei propri.
Da una seduta alla successiva inizia un percorso di ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni, una presa di consapevolezza di ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male; torniamo ad essere il centro della nostra vita, la nostra bussola, capiamo che non occorre essere come gli altri ci vogliono per essere amati.
Molti, soprattutto le donne, raccontano di iniziare a farsi le proprie ragioni, di iniziare a confrontarsi con gli altri, prendendo posizione in modo autonomo perché sentono di valere anche loro, legittimando le proprie scelte. Si sperimentano in questo e vedono buoni risultati: paradossalmente la comunicazione con le altre persone diventa più autentica, non si tiene nascosto quello che siamo e sentiamo, spesso l’altro comprende ed accetta la nostra idea. L’autostima inizia a nutrirsi di questi successi, ce ne appropriamo. Imparando ad ascoltare noi stessi ci vogliamo più bene e di riflesso anche gli altri ci amano, se riescono a comprendere.
Un aiuto psicologico può aiutare persone adulte a ri-volersi bene e a ri-fidarsi di se stesse, ma si può lavorare anche sull’autostima dei più piccoli, di modo che si possa prevenire questo stato di alienazione da noi stessi. Come? Se i messaggi delle persone importanti nella vita di un bambino sono così vincolanti nel creare questo malessere, come si diceva poco sopra, sono proprio queste figure a dover cambiare il loro modo di porsi. Devono imparare a comprendere ciò che vive il bambino nella quotidianità; non esiste solo la felicità, ma anche la tristezza, la rabbia, e altre mille sfumature. Possono imparare a esplicitare tutto questo, senza negarlo, creando una vicinanza,
un’empatia che legittimi il piccolo a provare tutto ciò, a viverlo senza sentirsi “cattivo, e non amabile”; il messaggio implicito che deve passare è: “Vai bene come sei”, “Vanno bene le scelte che fai perché senti che sono giuste per te, ed io le accetto”. Un bambino che cresce in un ambiente così rassicurante, sicuro, incoraggiante, coltiverà le sue emozioni, le sue idee, le sue decisioni. Avrà stima di sé, si sentirà amato e si amerà lui per primo.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

Vivere nel Qui e Ora

Spesso passiamo la nostra esistenza nell’ inseguire il futuro, vivendo nell’ansia che questo comporta, e nel voler modificare il passato, pieno di sensi di colpa, fallimenti e paure. Ci siamo dimenticati del presente, paradossalmente l’unico tempo che esiste, l’unico spazio nel quale possiamo agire.
Sembra che non si possa essere felici ora, perchè ci manca sempre qualcosa, perchè solo raggiungendo i nostri obiettivi potremo essere felici. Purtroppo, poi, ad ogni obiettivo raggiunto, ricerchiamo subito un nuovo traguardo, e poi un altro, in un circolo affannoso, che non ha mai fine.
Il “Qui ed Ora” può rompere questo cerchio, concentrarsi sul presente può aiutarci a vivere con consapevolezza ogni momento della nostra esistenza, ogni esperienza può diventare più intensa; i piccoli piaceri della vita possono essere assaporati, possono trasformare le nostre giornate; possiamo comprendere ciò che è veramente essenziale.
La pienezza dell’ istante, ci permette di vedere le cose così come sono, di accettare più serenamente incertezze e cambiamenti, di preoccuparci meno delle vittorie e delle sconfitte, e di rinunciare alla nostra lotta per controllare ogni cosa. Così l’ansia, la paura, l’angoscia dell’assenza diminuiranno, lasciando il posto ad una sensazione di quiete, serenità interiore, completezza.
Diventerà più facile affrontare le difficoltà, apprezzare ciò che si ha e sentirsi più connessi a se stessi e agli altri.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Carl Rogers. Il fondatore della terapia centrata sulla persona.

Carl Rogers fu il primo a democratizzare la relazione terapeutica ed ad indicare che la qualità di tale relazione determini i risultati di ogni psicoterapia.
Egli sviluppa la sua Terapia Centrata sul Cliente (1951) ponendo attenzione al rapporto interpersonale tra terapeuta e cliente, fornendo così un contributo importante al significato di quella che in seguito verrà definita alleanza terapeutica.
Secondo i principi della sua terapia, il rapporto interpersonale che si instaura durante la terapia costituisce la cornice all’interno della quale si sviluppano le condizioni favorevoli alla crescita personale del cliente; è la qualità di tale rapporto che determina la riuscita del trattamento piuttosto che le tecniche utilizzate dal terapeuta; così scrive: «Ogni volta che mi sono chiesto come mai terapeuti profondamente diversi per personalità, orientamenti e metodi di lavoro, potessero riuscire tutti allo stesso modo, [….] sono giunto alla conclusione che ciò dipendeva dal fatto che tutti pongono nella relazione d’aiuto certi atteggiamenti particolari» (Rogers, 1951, trad. it, pag. 89).
La terapia di Rogers ha il suo fondamento epistemologico nella fiducia nella natura umana, la forza base di questa ultima è detta tendenza attualizzante, cioè una forza essenziale alla base di ogni crescita e sviluppo della persona, è questa che deve essere facilitata nel processo terapeutico al fine di produrre la crescita del cliente; facilitata dalla partecipazione con un ruolo attivo e paritario di entrambi gli attori: terapeuta e cliente.
Il terapeuta è mosso dal desiderio di conoscere e capire l’altro, e prova a fare tutto questo in maniera genuina, reale; il cliente dovrebbe cogliere tutto questo, percepire l’accoglienza, almeno in parte. Quindi la relazione terapeutica è, per Rogers (Ibid.) una relazione “reale” che si costruisce tra due persone “reali”, il cliente non entra in contatto con un’ immagine fantastica del terapeuta, ma con una persona reale, che con i suoi atteggiamenti, getta le basi per quella relazione con il cliente che Rogers considera l’elemento vincente della terapia.

Le componenti dell’alleanza terapeutica nell’approccio rogersiano

componenti alleanza psicoterapia

Secondo la Terapia Centrata sul Cliente (Rogers, Ibid.), il disagio psicologico si manifesta quando l’organismo impedisce l’accesso alla coscienza di importanti esperienze sensoriali e viscerali che non vengono pertanto simbolizzate e organizzate nella Gestalt in cui si struttura il Sé. Vale a dire che le esperienze significative (bisogni, sentimenti, emozioni) riguardano il livello organismico, esse sono soggette a valutazione e possono o meno essere simbolizzate, cioè passate a livello percepito e rese consapevoli, a seconda di quanto è presente nel Sé ideale. Nel disagio psicologico il cliente, si trova in un processo di incongruenza, parte dell’esperienza organismica non è simbolizzata poiché incongruente con la struttura del sé; il locus of evaluation della persona è esterno poiché sono i valori introiettati dalle figure di riferimento, in cambio della promessa di affetto, che fungono da strumento di valutazione. Il sé è caratterizzato da rigidità, difesa, alto senso di minaccia, chiusura all’esperienza e prontezza alla distorsione e alla rimozione dei dati esperienziali.
Obiettivo della relazione terapeutica è in primo luogo creare un ambiente “sicuro”, dove il cliente possa abbassare il suo senso di minaccia, aprendosi all’esperienza e alla flessibilità. Conseguentemente la sua tendenza attualizzante sarà la spinta interna che gli farà comprendere che le sue capacità di valutazione organismica autonome sono degne di fiducia e quindi gli permetteranno di accettare esperienze significative incorporandole nella struttura del suo sé. Il cliente potrà selezionare e valutare le proprie esperienze significative in funzione del proprio concetto di sé, privo di condizionamenti esterni, il locus of evaluation diventerà interno, esso sarà ciò che deriva dal dialogo interno tra esperienze personali e struttura del sé. Il risultato finale sarà l’aumento nel cliente dell’area di contatto tra l’esperienza organismica e la struttura del sé, cioè una maggiore congruenza della persona, la cui personalità raggiungerà un processo di piena funzionalità; processo che in quanto tale non sarà rigido e definitivo, ma soggetto a mutevolezza imprevedibile; unica certezza sarà l’impegno della persona in un continuo processo di attualizzazione.
Per raggiungere tali obiettivi, secondo Rogers sono fondamentali nella relazione tra terapeuta e cliente tre condizioni necessarie e sufficienti a carico del terapeuta (Rogers, 1957). Alcuni autori, come Zucconi (2008) e Eliott (2006), ri-sottolineando questo fondamento, definiscono l’alleanza terapeutica proprio un modo di ri-confezionare le condizioni necessarie e sufficienti di Rogers.
Quindi, il terapeuta deve portare nella relazione la propria congruenza: l’ essere in uno stato di accordo interno, cioè che i “sentimenti” provati nei confronti del cliente siano pienamente disponibili alla sua coscienza e, se necessario o opportuno, deve essere disposto a comunicare questi al cliente. Il terapeuta deve trovarsi in uno stato di buon funzionamento della personalità, se non in ogni momento della sua vita, almeno entro i limiti delle sedute. Congruenza e autenticità sono considerati gli aspetti più importanti dell’atteggiamento del terapeuta; Rogers (Op. cit.) sostiene che se nella relazione il terapeuta non è una persona reale, non è possibile alcun incontro.

E’ necessaria la compresenza dell’accettazione positiva incondizionata, espressione con la quale si intende che il terapeuta accetta ogni aspetto dell’esperienza del cliente, assumendo un atteggiamento opposto a qualsiasi valutazione, egli apprezza il cliente nella sua totalità. Infine l’empatia, il percepire il mondo soggettivo come se si fosse quella persona, senza tuttavia perdere di vista che si tratta di una situazione analoga “come se”, non si tratta di identificazione: «…percepire l’ira, la paura, il turbamento del cliente come se fossero nostri, ma senza aggiungervi la nostra ira, la nostra paura, il nostro turbamento.» (Rogers, 1961,trad. it. pag.57).
Da parte del cliente è necessario che percepisca, anche in misura minima, l’accettazione e l’empatia, così da essere partecipe alla relazione e al processo terapeutico e quindi al raggiungimento di un suo miglior funzionamento.
Queste condizioni sono concretamente espresse attraverso alcuni atteggiamenti che il terapeuta manifesta nella relazione terapeutica in modo continuo.
Sono presenti atteggiamenti di sicurezza e calore: un’atmosfera impregnata di sicurezza e calore può portare il cliente a sentirsi al riparo dall’esperienza di minaccia. Quando si parla di sicurezza si fa riferimento sia ad una sicurezza esterna, cioè quella legata al segreto professionale, che offre al cliente una sicurezza di ordine sociale e legale; sia ad una sicurezza interna, come stato psicologico propizio alla distensione emotiva. Se è piuttosto ovvio come instaurare quella esterna, per quella interna, si tratta di una comunicazione, non di informazioni, cioè il terapeuta esprime tutto ciò col suo modo di agire e non con frasi o parole. Egli mira a comunicare alla persona che essa ha delle risorse, che è capace di riconoscere l’origine delle sue difficoltà e che è anche capace di risolvere le stesse con mezzi propri ( Rogers e Kinget, 1965-1966) .
Con calore non si definisce un rapporto di amicizia o di benevolenza, ma di una qualità fatta di bontà, di responsabilità e di interesse disinteressato; anche questa è una qualità implicita del comportamento del terapeuta (Rogers e Kinget, 1965- 1966).

Il terapeuta porta tolleranza e rispettoLa prima riferita incondizionatamente a tutto quello che il cliente ritiene di dover riferire, si tratti di confidenze pesanti o di cose apparentemente triviali, o di manovre difensive. Anche il rispetto deve essere incondizionato, esso è gratuito, il cliente non deve fare nulla per guadagnarselo. Ma con questo termine, oltre che il rispetto convenzionale che si deve ad ogni essere in quanto tale, si indica anche un rispetto terapeutico cioè il rendersi conto che ogni cliente è portatore di un ‘esperienza unica e di conseguenza che lui è più competente di chiunque altro per determinare una linea di condotta compatibile con i suoi bisogni, desideri, valori, capacità (Rogers e Kinget, 1965- 1966).
Il cliente, da parte sua, ha diritto alla piena attività libera, sia di raccontare ciò che vuole, sia di dirigere l’esplorazione dell’Io e di proporre l’interpretazione del materiale così scoperto, o piuttosto le interpretazioni di questo materiale (Rogers e Kinget, 1965-1966).

Il confronto con altri approcci

confronto tra psicoterapie

Come si è visto anche nel capitolo dedicato alle origini del concetto odierno di alleanza terapeutica, questa, nell’approccio psicoanalitico freudiano, è legata indissolubilmente al fenomeno del transfert: l’alleanza tra terapeuta e paziente è una relazione di tipo transferale, il paziente tende a rivolgere sul terapeuta gli impulsi e le fantasie del suo passato infantile e anche le difese e le resistenze messe in atto per arginarli e trasformarli. L’importanza dell’alleanza nel processo terapeutico consiste proprio nella costruzione del transfert; quindi, l’obiettivo del trattamento è arrivare a far sviluppare nel paziente la capacità di padroneggiare i conflitti facendoglieli sperimentare in condizioni più favorevoli di quelle che hanno consentito loro di instaurarsi, in altre parole favorire l’analisi del conflitto con lo sviluppo e l’elaborazione del transfert. L’instaurarsi dell’alleanza terapeutica è parte integrante degli obiettivi della psicoterapia oltre a favorirla.
I compiti per raggiungere questi obiettivi sono principalmente l’interpretazione e l’elaborazione del terapeuta dei significati simbolici presenti nel materiale offerto dal paziente, che permettono di superare le resistenze inconsce e provocare in questo degli insight. L’approccio menziona anche l’importanza degli interventi di rassicurazione, di gestione dell’ansia, di sostegno e di ascolto empatico.
Con l’evoluzione dell’approccio, l’alleanza terapeutica tende a staccarsi dal concetto di transfert e il rapporto con il terapeuta comincia ad essere considerato come la prima relazione oggettuale affidabile nella vita del paziente, per cui si inizia a dare un peso rilevante alla persona “reale” del terapeuta e agli aspetti “reali” della relazione nel qui e ora. L’alleanza non è vista come qualcosa che veicola e replica relazioni passate, ma considerata come qualcosa che contiene del nuovo.
Nel confronto con l’approccio rogersiano è palese che gli obiettivi della relazione siano differenti, ma sembra più interessante vedere oltre.
Nel pensiero di Rogers, come si è già detto, per raggiungere tali obiettivi sono considerati degli atteggiamenti, dei “modi di essere” che, in quanto tali, prescindono da particolari tecniche; per contro l’approccio psicoanalitico parla di interpretazioni, ponendole ai primi posti per importanza; parla di interventi direttivi, esplicitati, comunicati verbalmente al paziente; l’aspetto empatico è menzionato agli ultimi posti. Altro punto di confronto è la visione di questa alleanza: l’approccio centrato sulla persona si distacca totalmente dal pensiero psicoanalitico più arcaico, mentre si avvicina alla visione più evoluta: l’alleanza è una relazione “reale”, dove il terapeuta è “reale”, il cliente non entra in contatto con una sua proiezione, ma con una persona reale che porta nella relazione i suoi atteggiamenti, la sua autenticità; quindi l’importanza del “qui e ora” di questo rapporto, qualcosa di totalmente nuovo, diverso e unico, rispetto al vissuto passato del cliente. Il suo essere terapeutico risiede in questo, non nell’evocare, ma nel creare.
Ultimo punto da focalizzare è il ruolo del paziente/cliente in questa alleanza: l’approccio psicoanalitico non prevede, soprattutto nella prima parte del trattamento, un suo apporto; il terapeuta svela con le sue interpretazioni ogni resistenza del paziente, al contrario di Rogers, dove è proprio il cliente ad interpretare le sue parole, in quanto maggior conoscitore di se stesso.
Il secondo confronto coinvolge l’approccio cognitivo- comportamentale e costruttivista. Secondo questi approcci, l’alleanza è importante in quanto il comportamento del terapeuta è fonte di rinforzi e modella il cliente; l’interazione tra terapeuta e paziente è vista inizialmente come uno scambio: da un lato c’è l’influenza sociale del terapeuta e dall’altra le aspettative e il bisogno del paziente. Il terapeuta ha lo status di “esperto” e il paziente pensa che il terapeuta abbia conoscenza ed esperienza; il terapeuta mostra calore ed empatia e il paziente lo considera attraente ed empatico, un modello. Quindi, l’obiettivo della terapia, che deve essere condiviso da entrambi, è modificare i comportamenti e le emozioni disadattivi , nonché la mediazione cognitiva e lo stile cognitivo in generale. Tutto questo è ottenuto disponendo di moltissimi strumenti tecnici nelle mani del terapeuta: il chaining, il prompting, lo shaping, ecc. ecc.
Per l’approccio costruttivista nella relazione i membri assumono entrambi un ruolo attivo, con ruoli ben distinti, ma complementari: il paziente è l’esperto rispetto all’oggetto (il suo sistema di conoscenza, le sue sensazioni, i suoi pensieri, i suoi desideri, le sue emozioni), in quanto è l’unico ad avere un contatto diretto con sé; il terapeuta è l’esperto rispetto al metodo e il suo compito è di suggerire gli strumenti, le procedure e i tempi per portare avanti il processo. L’obiettivo di tale lavoro è la ricostruzione delle caratteristiche degli schemi prevalenti del sistema del paziente, della loro influenza sul suo comportamento e dei processi di costruzione dei significati.
Le differenze col pensiero di Rogers riguardano sicuramente la visione del terapeuta come portatore di strumenti e tecniche; nel confronto con l’approccio cognitivo-comportamentale, il guidare totalmente il paziente suscitando in lui ammirazione. Più simile sembra il ruolo del paziente/cliente nell’approccio costruttivista: questo ultimo è l’esperto di se stesso, punto in comune, ma, mentre per Rogers quello del terapeuta è un facilitare, per il costruttivista è un dare strumenti per capire e costruire significati.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

la natura umana psicoterapia centrata sulla persona

Le ipotesi formulate da Carl Rogers sulla natura umana derivano sia da un lavoro sperimentale di raccolta di osservazioni dalla sua esperienza clinica, sia da un lavoro più soggettivo e intuitivo basato sulla sua esperienza personale. Era, infatti, questa la concezione che Rogers aveva della scienza: uno strumento utile che, attraverso la ricerca e la costruzione di una teoria, permettesse di dare un ordine interno all’esperienza soggettiva significativa (Rogers,1961). Con questa affermazione Rogers mostra quanto sia importante nel fare ricerca il potersi fidare delle proprie esperienze soggettive, le quali saranno, poi, confermate o invalidate da ulteriori sperimentazioni.
Tale fiducia nel proprio mondo fenomenico e nell’ esperienza soggettiva, che ogni individuo vive, permea, non solo quella che fu la ricerca scientifica portata avanti da Rogers, ma anche tutto il suo lavoro come psicoterapeuta. Secondo Rogers, la persona che giunge in terapia, non è un “paziente” che non conosce come risolvere i propri problemi e per questo si rivolge ad un esperto, il terapeuta; bensì egli sostiene che questa sia capace di auto-direzionarsi acquisendo responsabilità nella gestione della propria vita, nel fissare le proprie mete, tenendo in considerazione e imparando a fidarsi della propria dimensione esperienziale.
Questa nuova visione della persona risulta essere tanto più significativa se si considerano le concezioni dell’uomo negli altri paradigmi, quello psicodinamico e quello comportamentista.
Freud vedeva l’individuo in maniera deterministica e pessimistica: l’uomo è per natura una bestia selvaggia guidata dalle forze inconsce dell’eros e del thanatos che premono sin dalla nascita perché vengano soddisfatte. Egli può sopravvivere solo se inibisce queste forze, che sono potenzialmente distruttive, mediante la canalizzazione delle forze inconsce in attività socialmente riconosciute, ciò avviene attraverso il processo di sublimazione e d’identificazione, ovvero l’interiorizzazione dei valori altrui, specialmente quelli dei genitori. Lo scopo del trattamento psicoanalitico è quello di rafforzare l’aspetto conscio e razionale della personalità e in tal modo prendere coscienza e controllo delle forze inconsce cercando di canalizzarle in maniera costruttiva per l’individuo e la società.
Il paradigma comportamentista vedeva la natura dell’uomo come deterministica e meccanicistica: l’ individuo è programmato dal suo ambiente; le sue qualità non sono né buone né cattive, egli nasce con un patrimonio genetico e la possibilità di manipolare l’ambiente per sopravvivere. Qualsiasi tipo di comportamento, sia esso aggressivo o altruistico, non è proprio della natura umana, ma frutto di un apprendimento dato dall’ambiente attraverso rinforzi positivi o negativi. Lo scopo della terapia comportamentale è quello di estinguere apprendimenti e comportamenti disfunzionali e sostituirli con altri funzionali.
La visione di Rogers si discosta da entrambi i paradigmi, accomunandosi ad autori come Maslow, Allport, Goldstein, con i quali darà inizio a quella che verrà chiamata Psicologia Umanistica o terza forza.
Secondo Rogers la natura dell’uomo è positiva, degna di fiducia e razionale nel momento in cui le persone vivono in contatto con questa natura. Ogni individuo ha in sé una forza , una sorgente di energie che mira allo sviluppo di tutte le capacità utili a mantenere, autoregolare e spingere all’autorealizzazione l’organismo, unità inscindibile di psiche e soma. Questa spinta è chiamata tendenza attualizzante; Rogers per spiegare in cosa essa consista pone nei suoi scritti varie analogie: la patata è un tubero che ha in sé, nella sua natura, la tendenza a realizzarsi come pianta; perché ciò accada vi devono essere circostanze favorevoli, come trovarsi in un suolo ricco di sostanze nutritive, con un giusto clima e una giusta temperatura, con dosi di luce solare ed acqua, in modo che la sua crescita venga favorita. Se non vi saranno contrattempi funesti, la patata completerà in pieno la sua tendenza ad essere pianta e così si sarà realizzata. Nel caso in cui la stessa patata, si trovi in circostanze sfavorevoli, come l’essere messa al buio, priva di un terreno fertile, avrà lo stesso la sua tendenza a realizzarsi come pianta, per cui inizierà a germogliare, ma purtroppo non le sarà possibile realizzare appieno questa sua potenzialità.
Sia che si parli di una pianta, di un verme, di una scimmia, o di un uomo, è certo che l’organismo è teso ad assumere comportamenti tesi a mantenere, migliorare e riprodurre se stesso. Questa è la natura propria della vita; questa tendenza è operante in tutti gli organismi sempre, la presenza o meno di questo processo direzionale ci dà la possibilità di dire se un organismo è vivo o morto. Essa può essere contrastata, ma non distrutta senza che si distrugga l’organismo stesso.
Se l’uomo vive in condizioni favorevoli, la sua tendenza attualizzante si rivelerà come un processo continuo, nel quale lo sviluppo di questo potenziale lo condurrà all’autorealizzazione e all’essere sempre più una persona funzionante: libero da doveri morali imposti dall’esterno, costruttivo verso se stesso e gli altri; la tendenza attualizzante implica ‹‹ … uno sviluppo verso la differenziazione di organi e di funzioni, verso l’espansione e l’arricchimento per mezzo della riproduzione. Si tratta di uno sviluppo in direzione dell’autonomia che rifugge cioè dalla eteronomia risultante dalla sottomissione a forze esterne. ›› (Rogers, 1961, tr. it. pag. 290). Ciò significa che la tendenza attualizzante non mira solo a soddisfare i bisogni che Maslow chiama “di deficienza”, ovvero al mantenimento delle condizioni elementari di sopravvivenza, come il bisogno di nutrirsi ecc. Essa è la spinta verso attività più complesse, come la differenziazione crescente degli organi e delle funzioni; la rivalutazione dell’individuo attraverso l’apprendimento intellettuale, sociale e pratico; l’estensione delle sue capacità nella creazione di mezzi e di tecniche; la perpetuazione e l’arricchimento grazie alla riproduzione. L’organismo, quindi, è sempre motivato, sempre intento a qualcosa e come tale è sorgente di energia continua ed inesauribile, se non con la morte dell’organismo stesso.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta