Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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L’autostima è fondamentale nella nostra vita, se abbiamo una buona stima di noi stessi saremo in grado di affrontare le difficoltà senza sentirci in colpa nel momento in cui le cose non vanno come vorremmo. L’autostima può crescere, può essere coltivata nel tempo, come?

E’ importante iniziare a pensare a noi individuando quelli aggettivi che ci descrivono nel positivo e nel negativo.
Possiamo quindi capire, attraverso questa presa di consapevolezza, quali sono i nostri punti di forza (aggettivi positivi). Spesso le persone non sono per niente consapevoli di questi, o li danno per scontati, è importante invece conoscerli e legittimarseli per sapere su cosa possiamo fare affidamento nelle sfide della vita.
Al contempo conoscere anche i nostri punti deboli (aggettivi negativi), ci può far capire cosa vorremmo cambiare di noi stessi. Il cambiamento non è un qualcosa che basta volere perché accada, è un processo interiore della nostra personalità che ha bisogno di tempo, ma che nel immediato può essere tangibile nel provare a cambiare nel concreto i nostri comportamenti; nel domandarci quali azioni potremmo fare per cambiare. Ad esempio se pensiamo di essere poco attenti alle relazioni, possiamo iniziare ad occuparci di più degli altri, dedicare loro tempo: una telefonata, una chiacchierata, una visita, un messaggio, piccole cose concrete. E così via per tutte le caratteristiche di noi che vorremmo cambiare. Questo potrà aiutarci a piacerci di più e ad aumentare la nostra autostima.

Impariamo a vedere negli altri i loro pregi, piuttosto che seguire l’attitudine, sempre più diffusa, della svalutazione, del sottolineare i difetti a discapito delle caratteristiche positive. Questo ci può insegnare a fare lo stesso con noi stessi: diventerà, così, facile vedere in noi non solo i difetti, ma anche gli aspetti della nostra personalità che ci piacciono, anche questo aiuterà la nostra stima.

Diventiamo “bravi” in qualcosa nella nostra vita; scegliamo qualcosa affine ai nostri bisogni, a ciò che ci piace: fare una collezione, un passatempo, uno sport, qualsiasi attività; appassioniamoci, anche questo aiuterà la nostra crescita in stima.

Dedichiamo tempo agli altri, in modo gratuito, senza nulla in cambio, senza farlo sapere, può farci sentire utili, può dare un senso alla nostra vita, aumentando i nostri livelli di benessere, soddisfazione, felicità, stima in noi stessi.

Cerchiamo di costruire relazioni basate sulla stima e il rispetto. Spesso pur di stare nelle relazioni, decidiamo di scendere a compromessi, rendendoci poi conto di non sentirci a nostro agio, di non sentirci amati e stimati, questo ci danneggia e ci toglie energia

. Abbiamo bisogno di persone che ci stimano, di cui dobbiamo meritarci la stima, costruendo una relazione vera e solida in cui amiamo e ci sentiamo amati, giorno dopo giorno. Queste relazioni saranno un terreno fertile per coltivare la nostra autostima.

Impariamo a gestire i nostri bisogni nelle relazioni. Spesso chi ha una bassa autostima, pensa di non meritarsi nulla, quello che gli capita è giusto così, non può pretendere niente, anzi se lo fa si sente in colpa, si vergogna.  Capire i propri bisogni e portarli nelle relazioni, è importante per noi, ma anche per l’altro, che potrà conoscerci meglio sia in positivo che in negativo, ma in modo più autentico. Questo consoliderà la nostra stima.

Smettiamola di giudicarci, di pensare che non andiamo bene, che non siamo adeguati, che non facciamo abbastanza, che non faremo mai abbastanza. E’ una modalità inutile che toglie energia e ci distrugge, cerchiamo di pensare a noi in modo positivo e costruttivo, cercando di mettere in pratica i suggerimenti sopra.

L’autostima crescerà, perché crescerà l’immagine che abbiamo di noi. E’ un lavoro faticoso, ma importante per procedere con forza e determinazione nella vita.

Monica Cerruti

Psicologo  Psicoterapeuta Firenze

Viviamo in una società che induce a coltivare il sogno dell’immortalità, la perseveranza umana di dominare sempre di più la natura si scontra con il fallimento di tale utopia, la morte. La morte ha perduto il senso di essere considerata parte della vita, una tappa naturale, insita in ogni essere vivente che nasce.
Mentre nel passato la morte e il lutto erano esperienze sociali collettive, fortemente intrise di significati esistenziali, nella nostra società si muore in silenzio, nell’ indifferenza collettiva che tende a negare questa dimensione della vita, che non dà spazio al dolore e alle lacrime.
Occorre, invece, riattivare un riavvicinamento al lutto e al dolore del lutto, occorre viverlo e non evitarlo, occorre dare sostegno alle persone in lutto, lasciando da parte il pregiudizio che non si può aiutare una persona che ha subito una perdita, buona alibi per evitare di entrare in contatto con tutte quelle emozioni che sono legate alla morte e che prima o poi investono tutti. Avvicinarsi all’ esperienza di altri può aiutare a ridurre le paure legate alla consapevolezza della propria morte e a garantire una maggiore determinazione nel perseguire una vita piena.
Allo stesso modo dobbiamo prenderci carico dei nostri lutti; perché se non lo facciamo ce li porteremo dentro e nel corso della nostra vita scalfiranno il nostro equilibrio. Il lutto è un processo temporale necessario a superare la crisi quando si è spezzato un legame, è un darsi tempo per vivere quelle emozioni, sentimenti, stati d’animo legati alla perdita di una relazione per noi importante. Si avvicenderanno momenti di incredulità e negazione dell’accaduto, a momenti in cui sarà forte la disperazione, il senso di colpa, la rabbia, la tristezza, la nostalgia fino ad arrivare ad accettare la perdita, dandole un significato ed una collocazione.
In questo percorso avere qualcuno affianco è fondamentale, per condividere e per sfuggire il desiderio di isolarci. Non c’è necessità di “essere forti” davanti a questa o queste persone, potremo mostrarci per quello che siamo in questo momento di vulnerabilità e darci il tempo per accettare questa condizione.
Può capitare che l’elaborazione del lutto non segua il percorso corretto, diventando un lutto complicato, dove la persona staziona nel suo dolore e non trova una via d’uscita.
In queste situazioni, un professionista può aiutare la persona a riprendere l’elaborazione del lutto, trovando la sua giusta collocazione e di conseguenza l’individuo potrà riprendere la sua vita.

Monica Cerruti

Psicologa Psicoterapeuta

Avere la possibilità di porre l’attenzione su questo tema potrà permettere loro di iniziare un percorso di riflessione che li aiuti a mettersi in discussione rispetto ai loro pensieri, alle loro paure, ai loro dubbi sul tempo dell’ozio. Aumentando la loro consapevolezza, potranno compiere importanti passi verso il cambiamento e di conseguenza, con una nuova prospettiva, potranno mettere in discussione i comportamenti iper-organizzativi nei confronti del tempo dei loro figli, permettersi di rallentare, di osservare i bambini e capire cosa è meglio per i più piccoli, ma anche per gli adulti.
La riflessione, data l’importanza e la complessità del tema, può prendere molteplici strade, ma prendendo spunto dalla cultura danese, oltre a tutto quello detto fino ad ora, mostra dei punti nodali che ogni genitore potrebbe provare ad affrontare.
Le aspettative Imparare a non avere aspettative programmando meno la vita dei figli secondo i propri interessi aiuta ogni genitore a superare la paura che le proprie aspettative sul figlio non corrispondano alla realtà. E’ il concetto del figlio reale e il figlio ideale: ogni genitore, fino dal concepimento del figlio e oltre, costruisce su di lui aspettative, fantasie, desideri; questi vanno a plasmare quello che è il bambino ideale. Poi con la nascita e la crescita, l’adulto si scontra con quello che è il bambino reale, molte volte o comunque per molti aspetti non corrispondente all’ideale. Questo può portare il genitore ad affrontare la frustrazione che ne deriva e tutte le emozioni a questa legate, a volte in modo anche molto impetuoso e doloroso.
Nei figli, non corrispondere agli ideali dei genitori, può provocare ansia da prestazione e senso di colpa, che divenuti adolescenti e poi adulti può sfociare in sintomi legati all’ansia, molto frequenti sono i tic, tratti depressivi e malattie psicosomatiche.
Le paure dei genitori rispetto al momento dell’ozio si legano al vissuto della noia. Nella nostra quotidianità i tempi di attesa non ci sono più, molti bambini, ma anche adulti faticano ad aspettare, non sono abituati all’attesa, si pensa sia tempo perso, apatia, vuoto, invece è tempo che può dare spazio al desiderio, come detto in precedenza. La noia è un sentimento che si trova dentro ognuno di noi, ma è difficile accettarlo, le persone preferiscono viverlo come esterno di modo da non pensarlo, ed ecco che si attivano per “fare”, per “riempire”. Anche la frustrazione è limitata, i genitori si trovano a reggere poco la frustrazione dei figli poiché le danno un’accezione negativa, invece si tratta di una risorsa che permette ad ogni individuo di fare i conti con i propri limiti.
Il rispetto delle regole, lo sbagliare, il perdere è parte della vita, al genitore non rimane che avere fiducia nel figlio e nella sua capacità di affrontare le frustrazioni con gli strumenti che gli ha fornito e che crescendo affinerà, accettando che ci saranno per lui situazioni faticose che lui, genitore, non potrà risolvere. E’ necessario non incoraggiare all’azione, al riempire, ma imparare, e trasmettere ai figli, a “stare”; ad abbandonare l’idea che qualcuno faccia e sia al posto nostro e soprattutto imparare, e aiutare i più piccoli, a guardarsi dentro e a comprendere di cosa abbiano realmente bisogno.
Il ruolo dei genitori nell’ozio dei figli esiste; dare la possibilità ai bambini di dedicare tempo all’ozio non significa lasciarlo solo. L’adulto sarà a volte presente solo nel ruolo di osservatore, fornendo al figlio uno spazio sicuro e stimolante dove sperimentare l’autonomia, starà in disparte e lo lascerà giocare da solo. Altre volte potrà partecipare al gioco libero, mettersi al livello del bambino. Le attività con mamma e papà rafforzano il rapporto, costruiscono ricordi significativi che diventeranno bagaglio di vita per tutta la famiglia. Le tecnologie non sono d’aiuto nel fare questo, non danno spazio all’immaginazione, ingrediente fondamentale.
Questi momenti vanno anche condivisi con altri bambini, anche di età diversa: la cooperazione e il mettersi alla prova nelle relazioni troveranno il loro spazio.
Questa è una grande opportunità per l’adulto di “essere” più che di “fare”, di sperimentarsi nella relazione con i figli che a volte è faticosa, impegnativa soprattutto nel confronto, nello screzio, nel chiedere scusa, ma dà la possibilità di mettersi in discussione e di crescere ad adulti e bambini. Strutturare il tempo toglie l’occasione di stare con i figli in questo modo.
E’ necessario smettere di pensare che lasciare ai figli del tempo per loro significhi non fare i genitori!
Questo l’obiettivo che il metodo danese cerca di perseguire da anni. E’ un messaggio che deve arrivare anche alle famiglie che frequentano i nostri servizi educativi e diffuso alle altre: più genitori lo fanno, più bambini avranno la possibilità di praticare l’ozio creativo e di crescere in modo sano e funzionale.

 

La noia è uno spazio creativamente fertile, un momento di calma apparente; il cervello sviluppa nuove capacità che entrano a far parte del modo di essere di ogni bambino, importanti per la crescita, ma soprattutto nel rapportarsi col mondo.
Nell’ annoiarsi la mente trova nuove soluzioni per affrontare i problemi (strategie di coping); viene chiamato problem solving, una qualità importante nel mondo lavorativo; trovare nuovi modi per affrontare le difficoltà, situazioni più complesse, a volte impreviste, senza l’aiuto di un adulto, è una grande ricchezza per il loro futuro, rende ogni persona più adattabile alle situazioni.
Il tempo dell’ozio creativo è anche il tempo per essere tristi, pensierosi; il tempo della riflessione, quella su noi stessi, su chi siamo, cosa ci piace e cosa non ci piace; un modo per conoscersi e imparare ad accettarsi.
Ogni bambino può sentirsi libero di sperimentare l’autonomia, attingendo alle proprie risorse interne, può sperimentarsi nell’ ambiente: confrontarsi con nuove sfide, sbagliare, avere controllo e responsabilità su ciò che accade; tutto questo accresce l’autostima e fa sentire amati per quello che si è piuttosto che per i successi ottenuti.E’ un tempo fuori dal tempo, privo della frenesia che non dà neanche il modo di desiderare, di percepire la frustrazione dell’attesa. Il bambino nella noia può riacquistare il desiderio per qualcosa che non possiede, può riflettere su tale “oggetto” cogliendo l’attesa come facente parte del processo, consapevole di potersi mettere alla prova senza l’intromissione di un adulto, accetta la frustrazione e la possibilità di sbagliare e di conseguenza pone la sua attenzione su nuove modalità che lo portino a soddisfarlo. E quando il desiderio è raggiunto, c’è soddisfazione, riconoscimento, apprezzamento e felicità, perché il processo è stato fatto in autonomia e ha richiesto lavoro. I bambini che si annoiano sono portati a mettere in pratica strategie per occupare il loro tempo in modo divertente; rallentare permette loro di osservare anche piccole cose, articolare la mente, usare la fantasia e inventare nuovi giochi secondo i propri bisogni. Il gioco libero aiuta il bambino ad essere meno ansioso, gli insegna la resilienza, cioè la capacità di affrontare e superare una difficoltà sapendo gestire le emozioni e lo stress. Questa qualità non si accresce evitando lo stress, ma imparando a controllarlo e padroneggiarlo; di questo farà tesoro nel suo percorso di vita. Molte ricerche dimostrano che la resilienza è uno dei fattori più importanti per prevedere una vita adulta sana ed efficiente.
Per crescere bene bisogna oziare di più”, riprendendo il libro: Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, scritto da Joelle Alexander nel 2014, dopo uno studio della Danimarca, paese che per oltre quarant’anni ha ottenuto un posto nella classifica dei paesi più felici al mondo. Ciò che l’autrice ha constatato è che per il popolo danese, il punto più importante dell’essere genitori è dare ai figli tempo libero, tempo da dedicare all’ozio, alla noia, al gioco.

 

Monica Cerruti

Psicologa Psicoterapeuta

“L’ozio è padre dei vizi” è questo ciò che pensavano i nostri nonni, ma in realtà sembra che questo pensiero implicitamente, e non, sia giunto fino ad oggi. Una denotazione negativa di questo momento che nasce in primis da una concezione morale radicata nella nostra società, che vede l’ozio accomunato al fare niente, al riposo obbligato o alla pigrizia.
Questa convinzione che l’ozio appartenga al fannullone, alla persona inconcludente e l’agire alla persona vincente è specchio della nostra realtà, quella realtà che vivono le famiglie quotidianamente e che trasmettono ai loro figli.
Maggiori sono le attività con appuntamento settimanale a cui iscrivono i figli, non correndo il rischio di abbandonarli a momenti di noia, ma rendendoli super attivi, maggiori saranno le loro possibilità di primeggiare, di sviluppare abilità, di arricchirsi di nuove nozioni, di essere sempre più preparati, di essere vincenti.
Arrivare primo è diventato un obiettivo indiscusso, i figli avvertono il dovere di gratificare i genitori, al contrario si sentirebbero in colpa. Spesso le attività vengono scelte dai genitori e non sono altro che il riflesso delle loro ambizioni a discapito dell’individualità del proprio figlio. Tutto questo può creare in lui ansia da prestazione, ansia di dover soddisfare le aspettative dei genitori, di doversi riconoscere in un modello di bambino che in tempi rapidi ottenga prestazioni ottimali; in questo modo la parte emotiva si incrina: diventa ricca di fragilità ed insicurezze. Un tempo così impegnato non permette la riflessione, la sedimentazione, uno sviluppo equilibrato di cervello e psiche. Un’organizzazione rigida e strutturata non dà modo al bambino di sviluppare la sua creatività.
Il sociologo Domenico De Masi ha elaborato un nuovo concetto di ozio, poi ripreso dallo psicologo Massimo La Stella: l’ozio creativo, che non deve far pensare ad una situazione passiva, ma riprendendo il termine latino otium, inteso non come “far niente”, bensì come un tempo libero a disposizione nel quale è possibile aprirsi alla dimensione più creativa e allo sviluppo di modi di essere che vanno aldilà del semplice immagazzinare conoscenze.
Da questa nuova concezione è bene partire per comprendere che significato abbia per i nostri figli avere del tempo a disposizione per fare ciò che desiderano in piena libertà. Colta l’importanza sarà più semplice per ogni genitore modificare il suo modo di porsi davanti ai momenti di ozio, noia, vuoto, riscoprendoli come momenti indispensabili per il proprio bambino, ma anche per loro stessi.

Monica Cerruti

Psicologa Psicoterapeuta

La parola Hygge deriva dalla parola germanica hyggia, che significa “pensare o sentirsi soddisfatti”. E’ un valore, uno stato emotivo e mentale.
I danesi riconoscono lo hygge come parte della loro cultura, identificandolo sia come un’azione che come uno stato dell’essere. Lo scopo ultimo è creare un clima intimo, sereno e accogliente in cui stare bene con gli altri, la famiglia, gli amici. Si tratta di un lavoro di squadra, tutti hanno un ruolo, ci si aiuta reciprocamente. I problemi personali vengono accantonati, ognuno si sforza di essere positivo, di tenere lontano i dissapori, ciò che è importante è vivere questo momento presente insieme agli altri.
Sentirsi uniti dà un senso e uno scopo alla nostra vita: una persona da sola, che non interagisce con gli altri non ha il giusto sostegno e non può viversi nella sua pienezza.
Mettere da parte se stessi a beneficio del gruppo significa sacrificare i bisogni e i desideri personali per rendere armonioso e piacevole vivere i momenti con gli altri. In cambio avremo il sostegno sociale utile a gestire lo stress: sapere di avere persone con cui poter parlare o a cui potersi rivolgere in caso di difficoltà, rende le persone, più resilienti, più pronte ad affrontare i problemi della vita e a non crollare sotto di essi. Molti, al contrario, tendono a tenersi tutto dentro, portando un carico faticoso su di sé, stoicamente affrontano tutto in solitudine, ma ricerche scientifiche dimostrano che coloro che cercano di essere forti davanti agli eventi negativi soffriranno più a lungo rispetto a chi ha condiviso le sue emozioni e si è mostrato fragile con gli altri.
Lasciare l’ “io” per concentrarsi sul “noi” è scegliere di godere dei momenti importanti e significativi della vita, quelli con gli altri, amici e famiglia, lasciando il resto alle spalle.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

                                                                          “Le cose migliori e più belle di questo mondo non possono essere viste e nemmeno toccate. Devono essere sentite col cuore.”  H.K.

E’ sorprendente come a tante persone il significato della parola “Empatia” risulti sconosciuto; forse è qualcosa di simile alla simpatia? All’apatia? O all’omeopatia? Questo porta a riflettere sul fatto che se poche persone ne conoscono il significato, vuol dire che poche persone la vivono nella loro quotidianità.L’empatia è la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni e i sentimenti altrui. Non solo è dispiacersi per l’altro, se questo mostra di essere triste, ma comprenderlo. In parole semplici è mettersi nei panni dell’altro, il che è molto più facile a dirsi che a farsi.
Difficile perché viviamo in una cultura in cui l’attenzione per il proprio Ego prevale sull’ importanza del preoccuparsi degli altri: spesso si manifesta il giudizio: risulta più facile criticare l’altro. In questo modo tutte le nostre scelte diventano “migliori” e ovviamente ci sentiamo più bravi, più capaci e questo apparentemente ci fa stare bene; in realtà ci sentiremmo molto meglio se avessimo intorno a noi persone che ci sostengono, a cui mostrare le nostre fragilità e la nostra empatia reciproca.
Matthew Lieberman, studioso di neuroscienze sociali e cognitive dice che in noi è innato un “cervello sociale”, un’area del cervello che si attiva quando siamo coinvolti in interazioni sociali, questa rete neuronale ci porta a pensare alla mente delle altre persone, ai loro pensieri, alle loro emozioni, promuovendo così l’empatia e la cooperazione. Di conseguenza sembra che l’uomo libero di scegliere prediliga la cooperazione, ricevendo piacere dal benessere altrui più che dal proprio; questo potrebbe essere il segreto della felicità, da tempo dimenticato…
L’empatia è innata in tutti gli animali fin da piccoli; da un punto di vista evolutivo, è un istinto prezioso che ci ha aiutato nella sopravvivenza, rimasto poi per molti sopito, ma facilmente possiamo riappropriarcene.
L’empatia si sviluppa nell’ infanzia grazie al rapporto madre-bambino: il bambino impara a sintonizzarsi sulle emozioni della madre, e poi col tempo su quelle di altre persone. I genitori hanno una grande responsabilità: sono il principale esempio di empatia e devono esercitarsi loro stessi nell’ essere empatici. Imparando a capire gli altri invece di criticarli: c’è differenza tra il giudizio e il cercare un motivo per difendere l’altro mettendosi nei suoi panni. E’ importante aiutare i propri figli a capire le emozioni degli altri e nel contempo a comprendere le proprie; e poi cercate di ascoltare di più e non abbiate paura di mostrarvi vulnerabili, è, anzi, il primo passo per mettersi in contatto con l’altro.
Infine, ci sono studi che dimostrano che leggere ai bambini aumenta il livello di empatia, non solo libri divertenti, ma libri che tocchino la vasta gamma di emozioni, incluse quelle spiacevoli e negative: affrontare la realtà in modo che i bambini la possano gestire risulta comunque autentico e utile per migliorare la loro capacità empatica.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

Ci sono persone abituate da sempre a farsi carico dei problemi, delle responsabilità, dei conflitti non solo propri, ma anche altrui. Hanno la giornata piena di impegni, che si dipana tra risolvere un problema sul lavoro, farsi carico delle incombenze domestiche, pensare ai figli, e che termina con l’ascoltare i malcontenti del o della consorte sul lavoro, elargendo consigli e mantra da mettere in atto.
In modo ironico si possono definire persone affette dalla “sindrome di onnipotenza”, si sentono capaci di reggere lo stress, più forti, invulnerabili, pronti a tutto, ma incapaci, allo stesso tempo, di dire dei “NO” e di riconoscere i propri autentici bisogni e i propri limiti. Non hanno né tempo né riconoscimento per se stessi, si vogliono poco bene e conseguentemente si annullano per andare in soccorso degli altri.
Condurre una vita in cui c’è un forte squilibrio tra ciò che si dà e ciò che si riceve, conduce ad un “collasso emotivo”, che comprende sia il nostro benessere mentale che il nostro stato di salute fisico. Spesso le persone esaurite emotivamente mostrano segni di forte irritabilità, problemi di insonnia, problemi di memoria, confusione, difficoltà a ragionare, poca motivazione nel fare le cose poiché si sentono costretti, guidati dai bisogni degli altri. Le emozioni tendono ad annullarsi; lo stato emotivo diventa piatto, non ci sono emozioni: ne’ felicità, né tristezza.Raggiunto questo punto di rottura non si è più d’aiuto a nessuno.
Cambiare è possibile, innanzitutto prendersi del tempo per staccare dalla quotidianità per riacquistare energie e lucidità; un tempo più lungo concedendosi un viaggio, una piccola vacanza e un tempo ogni giorno, concedendosi piccoli spazi nella giornata per fare quello che piace.
E’ importante prendere consapevolezza dei propri bisogni oltre che di quelli altrui; comprendere quello che siamo, accettando risorse, ma anche i limiti, la non perfezione, l’umanità che ci caratterizza. Bisogna imparare ad essere comprensivi verso noi stessi, non è un percorso veloce, né facile da intraprendere, può essere utile farsi accompagnare da un professionista se da soli non ce la facciamo. Potremo così ricontattarci, ritrovare un benessere psicofisico e tornare a essere protagonisti della nostra vita, ricordandoci che tutti siamo necessari, ma nessuno indispensabile, qualche volta è bene per noi fare un passo indietro e delegare.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

In studio arrivano persone diverse, per motivi diversi: relazioni sentimentali disfunzionali, problematiche legate alla  famiglia, ai genitori, ai figli, incapacità di gestire le proprie emozioni, ansia eccessiva e altro. Una cosa che, però, accomuna quasi tutti, e scopriamo insieme, nel corso del percorso, a volte anche con incredulità e stupore, è la mancanza di autostima, il non sentirsi all’altezza di essere amati dagli altri, il ritenere qualsiasi cosa si faccia normale e spesso dovuta.
Da dove deriva questa incapacità di darsi il giusto credito? E’ questa la domanda che spesso si chiede la persona dopo aver preso consapevolezza di questa mancanza.
Molto spesso il “sentirsi non amabili”, “non all’altezza se siamo come siamo” è un costrutto che interiorizziamo molto presto nel corso della nostra vita. Le figure a noi vicine fin da piccoli ci educano a quello che sia bene o male fare secondo il loro punto di vista, non considerando le emozioni e i bisogni sottostanti.
Per fare un esempio, l’arrivo di un fratello dovrebbe essere vissuto come un lieto evento nella famiglia, secondo un genitore dovrebbe essere il dare un compagno al proprio figlio, ed è così, ma si dimentica tutta quella sfera emozionale più confusa che attraversa un bambino che attende e poi vive l’arrivo di un fratello. C’è gelosia, paura, a volte anche rabbia; emozioni forti, ma che coesistono e che il genitore spesso non vuol vedere; ecco che se un bambino, toglie il ciuccio o dà uno sbuffo all’ultimo arrivato, l’adulto è pronto a giudicare il gesto come pericoloso e a sgridare il figlio. Manca totalmente la comprensione delle emozioni vissute e la loro esternazione. Ben diverso è dire: “Capisco che sei arrabbiato perché è arrivato qualcuno a condividere i tuoi spazi, i tuoi giochi, mamma e papà, ma se fai così lui sente male”, piuttosto che: “Gli fai male, non farlo più!”. Questo non accade, un messaggio, come il secondo, privo di empatia e comprensione implicitamente comunica al bambino che non può essere quello che è, che non può vivere quelle emozioni, perché altrimenti non verrà amato dai suoi genitori.
Questo è solo un esempio, il cui meccanismo si reitera nella vita di molte persone: genitori, insegnanti, compagni, figure importanti che ci dicono come secondo loro dovremmo agire, senza provare a mettersi nei nostri panni. E’ inevitabile pensare che fare come dicono loro ci porta ad apparire in modo favorevole ai loro occhi, ci amano, ci stimano; e forse, noi non siamo, poi, in grado di decidere da soli, o sicuramente sceglieremmo il peggio. Questo modo di vivere ci porta a non fidarci più di noi stessi, a non sentirci in grado di scegliere, a sottovalutarci, a dimenticarci di esistere.
Durante il percorso psicologico la gente scopre presto di non volersi bene, di pensare più a far stare bene gli altri che se stessi, a vedere i dolori degli altri più gravi e profondi dei propri.
Da una seduta alla successiva inizia un percorso di ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni, una presa di consapevolezza di ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male; torniamo ad essere il centro della nostra vita, la nostra bussola, capiamo che non occorre essere come gli altri ci vogliono per essere amati.
Molti, soprattutto le donne, raccontano di iniziare a farsi le proprie ragioni, di iniziare a confrontarsi con gli altri, prendendo posizione in modo autonomo perché sentono di valere anche loro, legittimando le proprie scelte. Si sperimentano in questo e vedono buoni risultati: paradossalmente la comunicazione con le altre persone diventa più autentica, non si tiene nascosto quello che siamo e sentiamo, spesso l’altro comprende ed accetta la nostra idea. L’autostima inizia a nutrirsi di questi successi, ce ne appropriamo. Imparando ad ascoltare noi stessi ci vogliamo più bene e di riflesso anche gli altri ci amano, se riescono a comprendere.
Un aiuto psicologico può aiutare persone adulte a ri-volersi bene e a ri-fidarsi di se stesse, ma si può lavorare anche sull’autostima dei più piccoli, di modo che si possa prevenire questo stato di alienazione da noi stessi. Come? Se i messaggi delle persone importanti nella vita di un bambino sono così vincolanti nel creare questo malessere, come si diceva poco sopra, sono proprio queste figure a dover cambiare il loro modo di porsi. Devono imparare a comprendere ciò che vive il bambino nella quotidianità; non esiste solo la felicità, ma anche la tristezza, la rabbia, e altre mille sfumature. Possono imparare a esplicitare tutto questo, senza negarlo, creando una vicinanza,
un’empatia che legittimi il piccolo a provare tutto ciò, a viverlo senza sentirsi “cattivo, e non amabile”; il messaggio implicito che deve passare è: “Vai bene come sei”, “Vanno bene le scelte che fai perché senti che sono giuste per te, ed io le accetto”. Un bambino che cresce in un ambiente così rassicurante, sicuro, incoraggiante, coltiverà le sue emozioni, le sue idee, le sue decisioni. Avrà stima di sé, si sentirà amato e si amerà lui per primo.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta