Psicologa psicoterapeuta a Firenze
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Avere la possibilità di porre l’attenzione su questo tema potrà permettere loro di iniziare un percorso di riflessione che li aiuti a mettersi in discussione rispetto ai loro pensieri, alle loro paure, ai loro dubbi sul tempo dell’ozio. Aumentando la loro consapevolezza, potranno compiere importanti passi verso il cambiamento e di conseguenza, con una nuova prospettiva, potranno mettere in discussione i comportamenti iper-organizzativi nei confronti del tempo dei loro figli, permettersi di rallentare, di osservare i bambini e capire cosa è meglio per i più piccoli, ma anche per gli adulti.
La riflessione, data l’importanza e la complessità del tema, può prendere molteplici strade, ma prendendo spunto dalla cultura danese, oltre a tutto quello detto fino ad ora, mostra dei punti nodali che ogni genitore potrebbe provare ad affrontare.
Le aspettative Imparare a non avere aspettative programmando meno la vita dei figli secondo i propri interessi aiuta ogni genitore a superare la paura che le proprie aspettative sul figlio non corrispondano alla realtà. E’ il concetto del figlio reale e il figlio ideale: ogni genitore, fino dal concepimento del figlio e oltre, costruisce su di lui aspettative, fantasie, desideri; questi vanno a plasmare quello che è il bambino ideale. Poi con la nascita e la crescita, l’adulto si scontra con quello che è il bambino reale, molte volte o comunque per molti aspetti non corrispondente all’ideale. Questo può portare il genitore ad affrontare la frustrazione che ne deriva e tutte le emozioni a questa legate, a volte in modo anche molto impetuoso e doloroso.
Nei figli, non corrispondere agli ideali dei genitori, può provocare ansia da prestazione e senso di colpa, che divenuti adolescenti e poi adulti può sfociare in sintomi legati all’ansia, molto frequenti sono i tic, tratti depressivi e malattie psicosomatiche.
Le paure dei genitori rispetto al momento dell’ozio si legano al vissuto della noia. Nella nostra quotidianità i tempi di attesa non ci sono più, molti bambini, ma anche adulti faticano ad aspettare, non sono abituati all’attesa, si pensa sia tempo perso, apatia, vuoto, invece è tempo che può dare spazio al desiderio, come detto in precedenza. La noia è un sentimento che si trova dentro ognuno di noi, ma è difficile accettarlo, le persone preferiscono viverlo come esterno di modo da non pensarlo, ed ecco che si attivano per “fare”, per “riempire”. Anche la frustrazione è limitata, i genitori si trovano a reggere poco la frustrazione dei figli poiché le danno un’accezione negativa, invece si tratta di una risorsa che permette ad ogni individuo di fare i conti con i propri limiti.
Il rispetto delle regole, lo sbagliare, il perdere è parte della vita, al genitore non rimane che avere fiducia nel figlio e nella sua capacità di affrontare le frustrazioni con gli strumenti che gli ha fornito e che crescendo affinerà, accettando che ci saranno per lui situazioni faticose che lui, genitore, non potrà risolvere. E’ necessario non incoraggiare all’azione, al riempire, ma imparare, e trasmettere ai figli, a “stare”; ad abbandonare l’idea che qualcuno faccia e sia al posto nostro e soprattutto imparare, e aiutare i più piccoli, a guardarsi dentro e a comprendere di cosa abbiano realmente bisogno.
Il ruolo dei genitori nell’ozio dei figli esiste; dare la possibilità ai bambini di dedicare tempo all’ozio non significa lasciarlo solo. L’adulto sarà a volte presente solo nel ruolo di osservatore, fornendo al figlio uno spazio sicuro e stimolante dove sperimentare l’autonomia, starà in disparte e lo lascerà giocare da solo. Altre volte potrà partecipare al gioco libero, mettersi al livello del bambino. Le attività con mamma e papà rafforzano il rapporto, costruiscono ricordi significativi che diventeranno bagaglio di vita per tutta la famiglia. Le tecnologie non sono d’aiuto nel fare questo, non danno spazio all’immaginazione, ingrediente fondamentale.
Questi momenti vanno anche condivisi con altri bambini, anche di età diversa: la cooperazione e il mettersi alla prova nelle relazioni troveranno il loro spazio.
Questa è una grande opportunità per l’adulto di “essere” più che di “fare”, di sperimentarsi nella relazione con i figli che a volte è faticosa, impegnativa soprattutto nel confronto, nello screzio, nel chiedere scusa, ma dà la possibilità di mettersi in discussione e di crescere ad adulti e bambini. Strutturare il tempo toglie l’occasione di stare con i figli in questo modo.
E’ necessario smettere di pensare che lasciare ai figli del tempo per loro significhi non fare i genitori!
Questo l’obiettivo che il metodo danese cerca di perseguire da anni. E’ un messaggio che deve arrivare anche alle famiglie che frequentano i nostri servizi educativi e diffuso alle altre: più genitori lo fanno, più bambini avranno la possibilità di praticare l’ozio creativo e di crescere in modo sano e funzionale.

 

La noia è uno spazio creativamente fertile, un momento di calma apparente; il cervello sviluppa nuove capacità che entrano a far parte del modo di essere di ogni bambino, importanti per la crescita, ma soprattutto nel rapportarsi col mondo.
Nell’ annoiarsi la mente trova nuove soluzioni per affrontare i problemi (strategie di coping); viene chiamato problem solving, una qualità importante nel mondo lavorativo; trovare nuovi modi per affrontare le difficoltà, situazioni più complesse, a volte impreviste, senza l’aiuto di un adulto, è una grande ricchezza per il loro futuro, rende ogni persona più adattabile alle situazioni.
Il tempo dell’ozio creativo è anche il tempo per essere tristi, pensierosi; il tempo della riflessione, quella su noi stessi, su chi siamo, cosa ci piace e cosa non ci piace; un modo per conoscersi e imparare ad accettarsi.
Ogni bambino può sentirsi libero di sperimentare l’autonomia, attingendo alle proprie risorse interne, può sperimentarsi nell’ ambiente: confrontarsi con nuove sfide, sbagliare, avere controllo e responsabilità su ciò che accade; tutto questo accresce l’autostima e fa sentire amati per quello che si è piuttosto che per i successi ottenuti.E’ un tempo fuori dal tempo, privo della frenesia che non dà neanche il modo di desiderare, di percepire la frustrazione dell’attesa. Il bambino nella noia può riacquistare il desiderio per qualcosa che non possiede, può riflettere su tale “oggetto” cogliendo l’attesa come facente parte del processo, consapevole di potersi mettere alla prova senza l’intromissione di un adulto, accetta la frustrazione e la possibilità di sbagliare e di conseguenza pone la sua attenzione su nuove modalità che lo portino a soddisfarlo. E quando il desiderio è raggiunto, c’è soddisfazione, riconoscimento, apprezzamento e felicità, perché il processo è stato fatto in autonomia e ha richiesto lavoro. I bambini che si annoiano sono portati a mettere in pratica strategie per occupare il loro tempo in modo divertente; rallentare permette loro di osservare anche piccole cose, articolare la mente, usare la fantasia e inventare nuovi giochi secondo i propri bisogni. Il gioco libero aiuta il bambino ad essere meno ansioso, gli insegna la resilienza, cioè la capacità di affrontare e superare una difficoltà sapendo gestire le emozioni e lo stress. Questa qualità non si accresce evitando lo stress, ma imparando a controllarlo e padroneggiarlo; di questo farà tesoro nel suo percorso di vita. Molte ricerche dimostrano che la resilienza è uno dei fattori più importanti per prevedere una vita adulta sana ed efficiente.
Per crescere bene bisogna oziare di più”, riprendendo il libro: Il metodo danese per crescere bambini felici ed essere genitori sereni, scritto da Joelle Alexander nel 2014, dopo uno studio della Danimarca, paese che per oltre quarant’anni ha ottenuto un posto nella classifica dei paesi più felici al mondo. Ciò che l’autrice ha constatato è che per il popolo danese, il punto più importante dell’essere genitori è dare ai figli tempo libero, tempo da dedicare all’ozio, alla noia, al gioco.

 

Monica Cerruti

Psicologa Psicoterapeuta

“L’ozio è padre dei vizi” è questo ciò che pensavano i nostri nonni, ma in realtà sembra che questo pensiero implicitamente, e non, sia giunto fino ad oggi. Una denotazione negativa di questo momento che nasce in primis da una concezione morale radicata nella nostra società, che vede l’ozio accomunato al fare niente, al riposo obbligato o alla pigrizia.
Questa convinzione che l’ozio appartenga al fannullone, alla persona inconcludente e l’agire alla persona vincente è specchio della nostra realtà, quella realtà che vivono le famiglie quotidianamente e che trasmettono ai loro figli.
Maggiori sono le attività con appuntamento settimanale a cui iscrivono i figli, non correndo il rischio di abbandonarli a momenti di noia, ma rendendoli super attivi, maggiori saranno le loro possibilità di primeggiare, di sviluppare abilità, di arricchirsi di nuove nozioni, di essere sempre più preparati, di essere vincenti.
Arrivare primo è diventato un obiettivo indiscusso, i figli avvertono il dovere di gratificare i genitori, al contrario si sentirebbero in colpa. Spesso le attività vengono scelte dai genitori e non sono altro che il riflesso delle loro ambizioni a discapito dell’individualità del proprio figlio. Tutto questo può creare in lui ansia da prestazione, ansia di dover soddisfare le aspettative dei genitori, di doversi riconoscere in un modello di bambino che in tempi rapidi ottenga prestazioni ottimali; in questo modo la parte emotiva si incrina: diventa ricca di fragilità ed insicurezze. Un tempo così impegnato non permette la riflessione, la sedimentazione, uno sviluppo equilibrato di cervello e psiche. Un’organizzazione rigida e strutturata non dà modo al bambino di sviluppare la sua creatività.
Il sociologo Domenico De Masi ha elaborato un nuovo concetto di ozio, poi ripreso dallo psicologo Massimo La Stella: l’ozio creativo, che non deve far pensare ad una situazione passiva, ma riprendendo il termine latino otium, inteso non come “far niente”, bensì come un tempo libero a disposizione nel quale è possibile aprirsi alla dimensione più creativa e allo sviluppo di modi di essere che vanno aldilà del semplice immagazzinare conoscenze.
Da questa nuova concezione è bene partire per comprendere che significato abbia per i nostri figli avere del tempo a disposizione per fare ciò che desiderano in piena libertà. Colta l’importanza sarà più semplice per ogni genitore modificare il suo modo di porsi davanti ai momenti di ozio, noia, vuoto, riscoprendoli come momenti indispensabili per il proprio bambino, ma anche per loro stessi.

Monica Cerruti

Psicologa Psicoterapeuta

                                                                          “Le cose migliori e più belle di questo mondo non possono essere viste e nemmeno toccate. Devono essere sentite col cuore.”  H.K.

E’ sorprendente come a tante persone il significato della parola “Empatia” risulti sconosciuto; forse è qualcosa di simile alla simpatia? All’apatia? O all’omeopatia? Questo porta a riflettere sul fatto che se poche persone ne conoscono il significato, vuol dire che poche persone la vivono nella loro quotidianità.L’empatia è la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni e i sentimenti altrui. Non solo è dispiacersi per l’altro, se questo mostra di essere triste, ma comprenderlo. In parole semplici è mettersi nei panni dell’altro, il che è molto più facile a dirsi che a farsi.
Difficile perché viviamo in una cultura in cui l’attenzione per il proprio Ego prevale sull’ importanza del preoccuparsi degli altri: spesso si manifesta il giudizio: risulta più facile criticare l’altro. In questo modo tutte le nostre scelte diventano “migliori” e ovviamente ci sentiamo più bravi, più capaci e questo apparentemente ci fa stare bene; in realtà ci sentiremmo molto meglio se avessimo intorno a noi persone che ci sostengono, a cui mostrare le nostre fragilità e la nostra empatia reciproca.
Matthew Lieberman, studioso di neuroscienze sociali e cognitive dice che in noi è innato un “cervello sociale”, un’area del cervello che si attiva quando siamo coinvolti in interazioni sociali, questa rete neuronale ci porta a pensare alla mente delle altre persone, ai loro pensieri, alle loro emozioni, promuovendo così l’empatia e la cooperazione. Di conseguenza sembra che l’uomo libero di scegliere prediliga la cooperazione, ricevendo piacere dal benessere altrui più che dal proprio; questo potrebbe essere il segreto della felicità, da tempo dimenticato…
L’empatia è innata in tutti gli animali fin da piccoli; da un punto di vista evolutivo, è un istinto prezioso che ci ha aiutato nella sopravvivenza, rimasto poi per molti sopito, ma facilmente possiamo riappropriarcene.
L’empatia si sviluppa nell’ infanzia grazie al rapporto madre-bambino: il bambino impara a sintonizzarsi sulle emozioni della madre, e poi col tempo su quelle di altre persone. I genitori hanno una grande responsabilità: sono il principale esempio di empatia e devono esercitarsi loro stessi nell’ essere empatici. Imparando a capire gli altri invece di criticarli: c’è differenza tra il giudizio e il cercare un motivo per difendere l’altro mettendosi nei suoi panni. E’ importante aiutare i propri figli a capire le emozioni degli altri e nel contempo a comprendere le proprie; e poi cercate di ascoltare di più e non abbiate paura di mostrarvi vulnerabili, è, anzi, il primo passo per mettersi in contatto con l’altro.
Infine, ci sono studi che dimostrano che leggere ai bambini aumenta il livello di empatia, non solo libri divertenti, ma libri che tocchino la vasta gamma di emozioni, incluse quelle spiacevoli e negative: affrontare la realtà in modo che i bambini la possano gestire risulta comunque autentico e utile per migliorare la loro capacità empatica.

Monica Cerruti
Psicologa Psicoterapeuta

mordere nel bambino, sostegno genitoriale

Almeno una volta nel corso della prima infanzia, i genitori si trovano ad affrontare il tema dei “morsi”, soprattutto se il piccolo frequenta luoghi di aggregazione come il Nido o Centri gioco, in cui si trova a relazionarsi con altri bambini.
Ogni bambino può trovarsi ad avere il ruolo del “morsicatore” o della “vittima”; in entrambi i casi i genitori reagiscono con emozioni e sentimenti forti e contrastanti.
Nel primo caso, nel genitore del bambino “morsicatore” c’è il dispiacere, l’imbarazzo, la vergogna e la rabbia per il figlio che ha morso; egli mette subito in discussione le proprie modalità educative, si colpevolizza e a volte anche la reazione, che può essere brusca e arrabbiata, del genitore del bambino morso può accrescere questo disagio.
Nel secondo caso, nel genitore del bambino “vittima” ci può essere rabbia e frustrazione inizialmente, che spesso viene scaricata sul genitore del “morsicatore” o sulle persone addette alla vigilanza dei piccoli, ma poi, soprattutto se è una cosa che si ripete, subentra la paura che il proprio figlio non si sappia difendere, sia un “debole” e che lo sarà in tutte le occasioni della vita.
E’ bene fare un po’ di chiarezza, ed esplicitare alcuni aspetti di questo comportamento, di modo che il vivere questa esperienza diventi per i genitori meno dolorosa e preoccupante.
Nei primi tre anni di vita, ogni bambino attraversa quella che nello sviluppo è detta “fase orale”, una fase in cui si sviluppa la conoscenza e l’emotività, quest’ultima inizia ad essere manifestata, ma non certo canalizzata in ciò che è giusto o sbagliato.
Questi aspetti vengono esperiti attraverso la bocca: leccare, mettersi in bocca, mordere oggetti e persone porta alla conoscenza e a provare piacere.
Attraverso la bocca si sviluppa anche l’aspetto emotivo: il piccolo impara ad esprimere emozioni e pensieri che non possono ancora nè essere coscienti, nè venire verbalizzati, ma che in modo impulsivo vengono esternati liberamente, senza capire che possono fare del male o che ci possono essere altri modi per esprimerli. Un morso può essere rabbia, ma anche paura, ansia, frustrazione, affetto.
Non va scambiato per aggressività, è un gesto che appartiene ad una fase dello sviluppo e aiuta il bambino a comunicare la sua emotività, che ancora non ha parole.
Quello che può fare un genitore non è certo colpevolizzarsi, nè rispondere con gesti violenti; piuttosto cercare di comprendere cosa il bambino cerca di esprimere, fare attenzione alle situazioni in cui si manifesta: contesa di un oggetto, gioco motorio, forte eccitazione, ecc.
Rimane importante fargli comprendere in modo chiaro e continuativo che non è un gesto accettato con un “NO” sicuro e deciso, detto guardandolo negli occhi, facendogli capire che il morso fa male e lascia dei segni. Col tempo, con lo sviluppo del linguaggio, sarà importante che i genitori aiutino i piccoli ad imparare a riconoscere ed ad esprimere a parole le proprie emozioni.
Se ci si trova nei panni del genitore del bambino morso, per quanto possa essere doloroso trovare il proprio figlio segnato, magari sul viso o su più parti del corpo, è importante non scaricare questo dolore sul genitore del bambino mordace, non dipende da lui ciò che è successo, abbiate fiducia che quest’ultimo non farà passare inosservato al figlio l’accaduto. Abbiate, poi, fiducia nei vostri figli, che se non in quella occasione, ma in altre, facendo tesoro dell’esperienza, troveranno i modi e i mezzi per allontanarsi dal pericolo, uscendone illesi. Non  stimolate in loro comportamenti di difesa violenti: allora sì, si parlerebbe di aggressività!
Comprendere il motivo di un gesto all’apparenza così violento può aiutare a viverlo in modo sereno; ecco perchè è consigliabile sempre, non solo per i morsi, informarsi e parlarne con figure di riferimento come possono essere le educatrici, le insegnanti del proprio figlio, ma anche con gli altri genitori e se le situazioni persistono o diventano “altro” si potrà ricorrere anche ad un professionista; mai rimanere nella propria solitudine.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Gli adulti tendono a proteggere i più piccoli tenendoli all’ oscuro di cattive notizie, come lutti, separazioni, nuovi arrivi o altro, che possono accadere nella quotidianità di una famiglia.
Molti genitori, mi domandano se sia giusto…” in fondo i bimbi piccoli possono capire ben poco!”.
In realtà non è così. I bambini comprendono tutto ciò che accade intorno a loro, e se erroneamente pensiamo di proteggerli non rendendoli partecipi di ciò, soprattutto se doloroso, stiamo facendo tutto il contrario. Quello che si genera nel bambino sarà una gran confusione, ci potrà essere un profondo senso di colpa per ciò che sta accadendo: come se lui fosse la causa della preoccupazione, della tristezza, della tensione che avvertirà nella relazione con gli adulti che lo circondano.
Cerchiamo di essere trasparenti con i più piccoli, diciamo sempre la verità: la morte di una persona cara, l’arrivo di un fratellino, la separazione tra mamma e papà. I bambini comprenderanno e, seppur tristi, non vivranno colpe, ma anzi vi potranno aiutare ad affrontare la situazione a loro modo!

A tal proposito una collega di Pistoia, Giulia Bassetti, ha postato un video sulla storia di Giacomo, un bambino, la cui famiglia vive un momento difficile. Vi invito a guardarlo.

Monica Cerruti
psicologa psicoterapeuta

Bambini e segreti

"Dottoressa, ma dobbiamo dirglielo al bimbo?"Spesso i genitori vorrebbero nascondere ai figli le cattive notizie: una separazione, una malattia, un piccolo o grande "segreto di famiglia". Come non capirli… è la natura tendenza a proteggerli che li spingerebbe a farlo.Eppure chi si occupa di infanzia è ormai concorde nell'affermare che questa soluzione non sia realmente protettiva. E questo mi è capitato di riscontrarlo anche lavorando con adulti.Ripensando alla propria infanzia, molti ricordano la sofferenza che hanno provato davanti a ciò che non capivano, e su cui si sono interrogati per anni, senza ricevere delle spiegazioni. "Avrei voluto che me l'avessero detto, avrei voluto la possibilità di parlarne. Ma capivo che era meglio non chiedere."Per questo, grazie ai disegni originali di Lucia LuCe Centolani ho cercato di immaginare cosa succede ad un bimbo di nome Giacomo, quando la sua famiglia attraversa un momento difficile.https://www.psicologapistoia.com/single-post/2017/01/23/Bambini-e-cattive-notizie

Gepostet von La stanza della psicoterapia am Dienstag, 14. März 2017